Recensione di “A Parigi con Colette” di Angelo Molica Franco.

 

«Di sicuro quella sera non fecero l’amore. O meglio, di sicuro lui non lo fece con lei, la lasciò sola a casa e andò dall’amante, una delle tante.»

Ora ditemi voi se questo non è un incipit bellissimo, promettente, di quelli che sanno stuzzicare, come si deve, la fantasia del lettore e trasportare questi in luoghi ed epoche lontane. Il libro è A Parigi con Colette, qui tutto inizia e insieme si compie, di Angelo Molica Franco, primo appuntamento di una nuova collana, dalla splendida veste grafica, minimale, ma raffinata, chiamata Passaggi di dogana, della casa editrice Giulio Perrone Editore. Protagonista è Colette – quella Colette così significativa per la storia di Francia, tant’è che è stata la prima donna a ricevere i funerali di stato, ineguagliabile mito del XX secolo – che in prime nozze sposò Willy, il rampollo della ricca famiglia Villars, editore e incarnazione della cultura bohèmienne di quegli anni.

Il libro, a metà strada tra il romanzo e il saggio, celebra attraverso una figura  libera e anticonformista, di cui l’autore è tra i massimi esperti – Angelo Molica Franco ha tradotto, infatti, diversi titoli di Colette: Prigioni e paradisi, Le ore lunghe, Mi piace essere golosa e La stella del Vespro – Parigi, la città che nei primissimi anni del ‘900 era la metà da raggiungere, la città che più di ogni altra è stata, all’indomani del secondo conflitto mondiale, il nascondiglio di espatriati, di chi scappava dalle dittature di destra e di sinistra che infestavano gli altri paesi, o di chi semplicemente era in fuga da sé stesso. Così troviamo in Francia gli italiani Giorgio De Chirico, Andrea Savinio, Gino Severini, Mario Tozzi, Massimo Campigli, Renato Paresce e Filippo De Pisis, pronti a respirare a pieni polmoni la realtà cosmopolita di quella città che Lorenzo Viani, altro grande artista in cerca di speranze, chiamerà «il cervello d’Europa». Parigi è per chi ha fame, fame vera o fame d’arte. Si pensi a Costantin Brancusi, che partito a piedi da Bucarest impiegherà due mesi e mezzo per raggiungere l’agognata Ville Lumière. Parigi, che è una cornucopia di prime volte, ponte tra passato e futuro, una città che cambia tutti i giorni, restando sempre la stessa, sembra fatta su misura per Colette, così camaleontica e cangiante, sempre pronta a sperimentare, a reinventare la propria persona. Angelo Mollica Franco cerca di seguirne le vicende passo dopo passo: dal suo arrivo in città dalla Borgogna nel 1893 alla sua morte, sopraggiunta nel 1954. Così la conosciamo giovanissima, talentuosa e desiderosa di successo, al fianco di Willy, instancabile donnaiolo, che la introduce nei salotti letterari più frequentati dell’epoca, come quello di Madame Arman de Cavaillet, a cui è dedicato il primo dei sette capitoli, dove conosce tra i tanti Anatole France, Marcel Proust, Paul Valery e ancora Cocteau, Picasso e Matisse. Colette si dedica anima e corpo alla letteratura: la sua creatura, Claudine, una quindicenne di spiccata intelligenza, che senza riserve si innamora di Aimée, giovane assistente della direttrice della sua scuola, assecondando la sua natura saffica, curiosa e ribelle, le somiglia tanto. Il romanzo esce, non senza portarsi dietro uno strascico di polemiche, visti i temi trattati giudicati allora troppo scabrosi, con la firma di Willy, che se inizialmente aveva messo in un cassetto l’opera della moglie, in un secondo momento ne intuisce le potenzialità, tanto da spingere Colette a rendere le pagine del romanzo “più piccanti”.

Colette ha qualcosa, «un non so che di brioso, che piace e attira». Della ragazzina acerba che per anni si era accontentata di dividere il letto con Willy, un marito spesso assente, restano solo l’entusiasmo e l’ambizione: aiutata da “Missy”, pseudonimo della marchesa Mathilde de Morny, con cui vivrà una tormentata relazione, intraprende la carriera di attrice, senza tralasciare la sua passione per la scrittura. Diventerà una delle icone del Moulin Rouge, inaugurato il 6 ottobre 1889, che mette in scena i monstra, come Joseph Pujol, noto col nome di Le Pétomane, proprio perché possedeva una gran padronanza dei muscoli addominali e sfinteriali. Ma inutile dirlo: le donne sono le protagoniste indiscusse del teatro più chiacchierato di Pigalle e la nostra Colette detterà la moda come nessuna (Ad esempio è stata la prima ad esibirsi senza collant!). Consapevole del tempo che passa e attenta alle tendenze, Colette si scopre imprenditrice, buttandosi a capofitto in una altra esperienza: inaugura i primi saloni di bellezza, proponendo lei stessa sul mercato cosmetico nuove creazioni, cimentandosi anche come truccatrice. Lo scoppio della guerra l’avvicinerà, invece, al mondo del giornalismo.

«Parlerà della guerra, è chiaro, ma senza trascurare i colori, i sapori, gli odori, la miseria, l’ironia, la bellezza del corpo, poiché tutto – così il sole, l’acqua, il caprifoglio, i polli nell’aia, la luna, i feriti in ospedale, lo zuavo per strada, i Taube in cielo – tutto sì, è corpo, è corpo e nulla può sfuggire alle leggi del corpo».

Colette non tacerà nulla della guerra, un’esperienza che la cambia profondamente, come pure al suo rientro trova cambiata Parigi. A buttarsi alle spalle l’orrore del conflitto è una canzone bellissima, scritta e interpretata da Edith Piaf: La vie en rose. Una chiara dichiarazione d’amore, non credete? Sarà proprio Colette, in una delle sue ultime rare apparizioni, a consegnare alla cantante francese, il Grand Prix de la chansonnier francaise. Il 3 agosto 1954  Colette si spegne. La Chiesa cattolica le rifiuta i funerali: il divorzio in terze nozze, la bisessualità, la vita sregolata erano cose su cui era difficile passar sopra. La Francia, però, le perdona ogni cosa, accordandole le esequie di stato.

A Parigi con Colette è un libro breve, ma denso, scritto da un giornalista innamorato di Parigi, che sa raccontare i suoi tanti volti, vizi e virtù. Consigliato a chi è affascinato dalla capitale francese, dalla poliedricità di quest’ultima, e sogna di andarci o ritornarci. Come scriveva Ernest Hemingway, che arrivò a Parigi per la prima volta nel 1918: «Ci sono solo due posti al mondo dove possiamo vivere felicemente: a casa e a Parigi». Come dargli torto? Ho avuto la fortuna di leggere A Parigi con Colette proprio durante il mio breve soggiorno a Parigi ed è stato meraviglioso ritrovare su carta quel senso di libertà ed entusiasmo, di riconoscere nei luoghi visitati quelli citati nel libro: il Moulin Rouge, la Torre Eiffel, Montparnasse, la casa di Apollinaire e ancora gli innumerevoli salotti, i caffè, i locali alla moda. Ma A Parigi con Colette non è soltanto questoè anche un viaggio a ritroso, che riporta il lettore indietro nel tempo, alla Parigi dell’epoca d’oro, al periodo in cui La Ville Lumiere era tappa obbligata per chiunque volesse sfondare e lasciare memoria di sè nel mondo dell’arte.

Un libro che è una stagione, un profumo, un volto. Quello di Parigi, quello di Colette.

 

Titolo: A Parigi con Colette

Autore: Angelo Molica Franco

Editore: Giulio Perrone Editore

Anno: 2018

Pagine: 116

Prezzo: 12 euro

 

 

 

Cristina La Bella 

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