“La ragazza dalla macchina rossa” di Philippe Vilain, un’appassionante storia d’amore e non solo.

«L’amore. Io che non smetto mai di scrivere d’amo­re, a volte mi domando se non sia l’amore a scrivere me, imponendomi le storie, gli intrecci e i romanzi, le gioie e le bugie. Stavo per compiere trentanove anni quando incontrai quella studentessa alla Sorbona, dove avevo preso l’abitudine di andare a scrivere ro­manziere smarrito nel prolungamento della propria giovinezza».

Così comincia La ragazza dalla macchina rossa, l’ultimo romanzo di Philippe Vilain, pubblicato da Gremese editore, incluso nella collana “Narratori francesi contemporanei”, l’unica in Italia dedicata ad alcune delle voci più autorevoli della narrativa francofona. Difficile restituire in poche righe la delicatezza con cui Vilain ha saputo raccontare il rapporto a due. Protagonista certamente è l’amore, del resto gli ingredienti perché sia un’appassionante storia d’amore ci sono tutti: lo scrittore in cerca di ispirazione e una ragazza bella e intraprendente, sullo sfondo: Parigi, la città più romantica di sempre. Ma La ragazza dalla macchina rossa non è soltanto questo, è un romanzo sorprendente. In prima persona il protagonista, uno scrittore trantanovenne che ha qualcosa del dolce esordiente Paul Varjak del fortunato Colazione da Tiffany di Blake Edwards – tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote – e dello squattrinato sceneggiatore Joe Gillis di Viale del Tramonto di Billy Wilder – narra l’inizio e il difficile sviluppo della relazione con Emma Parker, che l’uomo crede figlia di un diplomatico, habitué delle serate alla moda, sempre a bordo di una fiammante Porsche rossa, una ventenne dal carattere indomito, sfuggente e imprevedibile, che rievoca vagamente la giovanissima Laide che mandava ai pazzi il povero Antonio Dorigo in Un amore di Dino Buzzati. Ricordate in che termini quest’ultimo descriveva nel romanzo la sintomatologia dell’amore? «E tu cos’eri per lei?» «Io le ho voluto bene sul serio.» «Bene sul serio? Semplicemente te ne eri ammalato, ne avevi bisogno, hai fatto di tutto per averla, in modo bestiale ma l’hai fatto. Ma la consideravi una disgrazia, è vero o no che la consideravi una disgrazia?». «Era, una disgrazia.». «E questo lo chiami amore?». Verlian segue questa strada, regalando al lettore una storia sentimentale fatta di alti e bassi, in cui la differenza d’età non è l’unico problema con cui fare i conti. Diviso in due parti, il libro si sofferma dapprima sull’incontro tra i due protagonisti davanti all’ingresso della biblioteca della Sorbonne:

“Se mi tiene la porta, le parlo, se non me la tiene, significa che vuole evitarmi”, mi ero detto, senza riflet­tere sull’assurdità di un tale ragionamento, perché, di­stratta, assorta nei suoi pensieri, la studentessa avrebbe potuto non vedermi, e perché, comunque, tenermi la porta poteva essere solo una semplice gentilezza. Si­curamente non mi sarei fatto domande davanti a una donna della mia età. La studentessa doveva avere sui vent’anni, poco più o poco meno, non avrei saputo dirlo: difficile stabilire con certezza un’età che abbia­mo abbandonato da molto tempo. Ho dimenticato le parole che farfugliai quando lei si voltò per tenermi la porta, ma ricordo il suo sorriso.

Poi sulle uscite serali, le gite in barca, le effusioni nel monolocale di lui, gli inviti a pranzo. Philippe Vilain è maestro in questo: riesce a rappresentare magnificamente la fenomenologia dell’amore attraverso gesti e attenzioni quotidiani, dettagli forse a cui nessuno sa dare più importanza.

Emma si meravigliava che non fossi geloso. Addirittura me lo rimproverava. Non è che non fossi geloso, ma sforzandomi, mi proibivo di esserlo, probabilmente per non soffrire, ma anche perchè non ero più vittima di quel calcolo semplicistico che la gelosia amorosa ci porta a dedurre – “Sono geloso, dunque ti ami!” – facendoci confondere il bisogno di possesso con l’unico amore che personalmente concepisco, l’amore più puro disinteressato, l’amore della comprensione. […] Geloso però lo ero le sere in cui Emma decideva di uscire senza di me e diceva, con quella malafede che esibiamo per dissimulare il nostro desiderio, che non aveva voglia di andare a quella serata che aveva accettato solo per non deludere gli amici, per far loro piacere: così non era lei che lo voleva ma gli altri che volevano lei.

Ed è proprio all’improvviso, in un pomeriggio come tanti, che Emma confessa di essere malata: un incidente stradale avvenuto due anni prima le ha causato un ematoma epidurale. Se in un primo momento il protagonista non fa altro che pensare al peggio, temendo di perdere la sua giovane amante, in seguito se ne sente quasi rassicurato: ora ha infatti in mano un valido motivo che giustifichi gli sbalzi d’umore di lei, le assenze, quella sua filosofia di vita basata sul carpe diem che ora lo affascina, ora lo taglia fuori da quel mondo fatto di feste, apericena, viaggi, serate da sballo, di emoticon incomprensibili e lunghi silenzi. Così l’uomo si abitua all’idea che Emma non abbia più molto tempo da vivere e la passione lascia ben presto il posto alla tenerezza. Quella ragazzina diviene una dea, una creatura da proteggere, lui il salvatore, o meglio ancora, il sacerdote pronto a celebrarla sull’altare ogni giorno. Ma niente è come sembra … La ragazza nasconde altro e via via il romanzo, più veloce di un’automobile, la stessa con cui ama sfrecciare Emma, svela un altro mistero, più grande del primo. Non voglio togliere al lettore il gusto di scoprire la verità, né spoilerare altro, posso soltanto scrivere che la storia prende un risvolto più che mai inaspettato. Da appassionata di cinema, oserei dire che il romanzo ha qualcosa in comune anche con la commedia britannica del ’58 Indiscreto di Stanley Donen, solo che la parte del bugiardo Cary Grant è interpretata questa volta da Emma, il nostro complicato personaggio femminile. Erede forse in parte dell’école du regard, di una letteratura che gioca con la mitomania e la finzione, ma che richiama alla mente anche romanzi italiani come Il serpente di Luigi Malerba, pubblicato nel ’66, nel pieno della esperienza della Neoavanguardia, La ragazza dalla macchina rossa racconta le pieghe di un cuore innamorato, le paure che ne derivano, le fragilità, le bugie, il timore di non essere mai abbastanza, ma pure fa luce sul non detto, sul taciuto, su quelle frasi lasciate a mezzo, detonatore di equivoci e incomprensioni.

L’amore rende felici, qualcuno ha detto che rende anche ciechi, ma se è questo il prezzo della felicità, allora non vale la pena dimenticare e non vedere tante cose?

Titolo: La ragazza dalla macchina rossa

Autore: Philippe Vilain

Editore: Gremese

Anno: 2018

Pagine: 224. 

Prezzo: 16 euro. 

 

 

 

Cristina La Bella 

Precedente Recensione di "Notte senza fine", un thriller da non perdere.

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