Abuso di potere, la facilità di fare del male

L’abuso di potere, un potere così schiacciante da infliggere, nel meccanismo della paura, la condizione ideale che porta a non agire, a non poter difendersi da qualcosa più forte di noi.
Può succedere nei ruolo minori, in battibecchi di vita quotidiana seccanti ma non così importanti, e poi accade, soprattutto, nelle figure che dovrebbero ricoprire il ruolo di giustizia e quindi di protezione verso il cittadino. Eppure come equazione matematica almeno apparentemente inevitabile, chi deve proteggerci è anche chi ha più potere di farci male, succede nel privato così come nel sociale.
Quando i due lati combaciano, individuo singolo e istituzione, accadono fatti di un’entità maggiormente peggiore, incanalate in un’inquietudine che difficilmente lascia intatti.

A me è successo, tra stralci musicali di post Sanremo e tuonante satira pre elezioni, di essere inghiottita da una profonda angoscia leggendo la vicenda di Luigi Capasso, il carabiniere che ha ferito a colpi di pistola la moglie, unica sopravvissuta, per poi sparare a sangue freddo alle due figlie e infine uccidere se stesso. La vicenda, già tragica nel suo svolgimento, è contornata di particolari terrificanti prima e dopo il delitto: un piano calcolato e studiato, supportato da una follia sostenuta da una disarmante lucidità di azione che non è stata intralciata da nessun senso di pietà o cedimento, nemmeno davanti alle proprie figlie. Senza fare un ulteriore eco agghiacciante di questi particolari, ciò su cui bisogna dirigere in maggior misura l’attenzione è sul ruolo che aveva Capasso e su come la moglie avesse ripetutamente denunciato il marito, dal quale era già in fase di separazione, e di come questo potesse avere, accanto a sé, l’arma d’ordinanza con cui ha deciso e avuto possibilità di svolgere la sua strage personale e famigliare.

Aveva rifiutato l’aiuto di un psicologo ma era stato comunque ritenuto idoneo per continuare il suo lavoro, nonostante fosse già stato precedentemente sospeso per reato di truffa. Senza entrare in questioni che devono essere chiarite da chi di dovere, viene da chiedersi come realmente dopo un’ampia quantità di segnali, di richieste d’aiuto, denunce e comportamenti non idonei al ruolo prima di marito e padre e poi di carabiniere, quest’uomo abbiamo avuto la possibilità di tenere la propria arma d’ordinanza con ampia libertà.
Non posso saperlo per esperienza diretta ma è abbastanza risaputo come, volendo, si riesca a reperire una pistola e come, sempre con altrettanta volontà, un qualsiasi oggetto del nostro quotidiano possa diventare un’arma pericolosa, ma il concetto di abuso di potere ruota appunto sull’immediatezza di possibilità e azione che permette l’attuazione agevole di un piano rivolto a far del male a qualcuno.
Quello che ha commesso Capasso poteva farlo chiunque (già è successo) ma è stato il suo ruolo sociale a facilitare la riuscita del suo male verso la propria famiglia, prima con la paura e la minaccia- il ricatto sottile e morale, la sfida- con il dubbio di avere tutta l’arma contro se la moglie avesse continuato le denunce e l’allontanamento verso di lui e le figlie- e poi la determinazione forte e programmata di non permettere in nessun modo che questo accadesse. Non si può nemmeno parlare di gelosia o di affetto morboso, ma di vero e proprio possesso – o mie, moglie e figlie, o di nessun altro – la preservazione di un potere assoluto che doveva continuare, come uomo, sia nel lavoro che nella sua famiglia, un concetto antico e pericolosissimo di uomo come fulcro illimitato a disporre dei mezzi per dirigere le vite degli altri a sua volontà.
In questo il corpo dell’arma dei Carabinieri gioca un doppio ruolo, ambiguo e confuso, diviso nella figura di una donna in civile e di un uomo in divisa, se la moglie lo fosse stata di un uomo qualunque, la gravità pesava nella difficoltà, sempre tangibile, di denunciare ciò che ci accadde e provare che non possa essere normale quello che ci viene fatto subire, ma come spesso accade la nostra versione non è abbastanza e allora la denuncia diviene emarginazione maggiore, un isolamento così contagioso in cui trovare una soluzione al proprio incubo diventa come una gigantesca utopia.
In questo caso specifico, le denunce della donna potevano essere facilmente, un po’ come lo sono effettivamente state, un’eco solitario contro un uomo che non rappresentava solo un marito e un padre, ma un’intera arma e allora la paura diventa più forte, come inibitoria, verso un gruppo unito che può essere indissolubile se ha, dalla sua parte, il potere ( quasi sempre) legittimo di chiamarsi giustizia.
Qui l’abuso di potere diventa reale e reversibile su qualsiasi cittadino che può essere ferito, schernito o limitato da chi il potere dovrebbe averlo solo per il concetto di bene e meritocrazia.
Ci spingono, soprattutto come donne, a denunciare le violenze o anche i soprusi più piccoli, se mai piccoli lo sono davvero, ci spingono come società a denunciare quello che non va, anche le scorrettezze minuscole, quasi labili, ai confini estremi tra il bene e il male, veniamo spinti come cittadini ad esporci, a prenderci la responsabilità, il peso e perfino il pericolo di fare la scelta giusta o ancor di più di pretendere che questa avvenga sempre per noi e per gli altri.
Esporsi però vuol dire essere fragili, vulnerabili e quante volte si viene davvero ascoltati e accettati per quello che con coraggio si è scelto, consapevolmente, di esporre come qualcosa di sbagliato?
Ci sono denunce che non vengono accolte e alcune a cui non viene nemmeno data la possibilità di espressione vocale, persone che denunciano il male da vittime e ne diventano le carnefici e che dove hanno cercato la protezione hanno trovato la propria distruzione, persone che non credono più nell’onestà e vince il silenzio, l’isolamento, ma la paura e la violenza sono qualcosa che ugualmente non si ferma, e allora diventa davvero difficile trovare la conferma di cosa sia la giustizia.
So che l’arma non è solo questa, non è solo un Capasso sparso per l’Italia, so che ci sono carabinieri che hanno perso la vita per fare la scelta giusta, uomini che anche quando era il momento di togliersi la divisa hanno allungato il proprio turno pur di fare la ronda sotto casa di una mamma e di una figlia e proteggerle, ma questi uomini, queste divise giuste e idonee, sono riferimenti piccolissimi per uno Stato come il nostro e lo ammetto, è difficile mantenersi con questi riferimenti, persone salde nella propria morale, quando i ruoli di potere sembrano fatti apposta per ricoprire il male.
La giustizia è un sentimento e un’ideale difficile da provare e sentire nel proprio interno, ancor più difficile quando essa diventa un lavoro ed è questo il problema vero, sono sempre meno le persone che scelgono il proprio lavoro per lo scopo e troppe quello che lo fanno per un’ambizione di potere, diviene questo il pericolo più oscuro, dare rilevanza al ruolo dimenticando le persone che lo ricoprono e soprattutto tutte quelle che lo subiscono.

 

Marta Borroni

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