Bellezza femminile, quella facile e quella difficile

Succede spesso tra donne di fare raffronti tra un fisico e l’altro,  tra ciò che nell’immaginario può rappresentare l’armonia e il gradimento di un corpo fatto di pelle proporzionata e suadente e altrettanto spesso la risposta si trova in concetti che sono all’infuori da noi. Gli uomini, fin troppo facilmente, non pongono un punto interrogatorio preciso su cosa effettivamente ci faccia sentire belle.
Pensandoci, la loro idea di bellezza è legata a noi, si fonde con il beneficio di poterla viverla su loro stessi.
Quanti infatti quei regali, sostanzialmente inutili, che nella veste di farci sentire belle- pizzi e trasparenze intime, boccette di profumo prepotenti o di oli lucenti- sono stati pensati per poter far rispondere in modo momentaneo e superficiali la bellezza femminile?
La domanda quindi rimane aperta, cos’è che fa sentire bella una donna?
Il punto è che ci sono tanti tipi di bellezza, non soltanto di pelle, altezza o di fisionomia, ma anche di situazione e appartenenza. C’è la bellezza da copertina, studiata e patinata, quella selvaggia da spiaggia, quella dolce di madre, quella erotica, quella legata all’umore  e così via, perché se la bellezza non è perfezione, non può nemmeno essere una fattezza statica che ci rimane addosso in modo ermetico e totale.


Dunque la bellezza è qualcosa che cambia e si plasma attraverso il nostro modo di vivere e viene difficile comprendere come afferrala e indossarla su di noi.  Spesso mi dicono; ma come fai a non vederti bella? Capita che io non mi veda così, esattamente come succede che invece me lo dicono che io sia bella, ma il risultato di come io mi osservi non cambia.
Accade che la percezione di noi sia filtrata da lenti invisibili non solo di insicurezze ma anche da forti consapevolezze di come siano noi per davvero, stiano con noi stesse da sempre e abbiamo fatto, nel corso degli anni, un’analisi attenta di come la nostra bellezza possa essersi compromessa attraverso la vita. Ci sono forme che sfuggono al controllo delle cinture, solchi che a noi paiono profondi e che diventano pieghe di pelle e tessuti, ci sono cicatrici che spingono a metterci in ombra appena il sole le illumina nella sua scia madreperla, denti che non mostriamo trattenendo sorrisi, pezzi di carattere che lasciamo ammuffire in angoli di noi, per timore di far soffrire, per la paura di non rappresentare quella bellezza immediata e sicura che la donna deve incarnare.

Ci sono le bellezze facili e le bellezze difficili. Quelle facili si posso raggruppare negli stereotipi di un bello effimero, a tratti superficiale e incosciente che spinge a piacersi grazie al gioco semplice di una dotazione che rientra nella categoria del bello per forza.
Sono i casi degli occhi azzurri, le gambe lunghe, i nasi i dritti, sono i fondoschiena per cui si gira il collo con facilità, sono quelle di una notte e poi mai più e quelle di foto simmetriche e perfette, quelle che hanno il gioco  estremo della seduzione e che non hanno paura di piacere, perché il loro piacere risiede esattamente lì, nel consenso comune, sono le bellezze con l’effetto di immagine più immediato, apparenze passeggere di un attimo. Quelle difficili sono racchiuse negli animi complicati di un’idea di bello più delicato e particolare, a momenti più profondo e cosciente che spinge a non dare importanza alla propria bellezza per un gioco difficile in cui farsi catalogare come qualcosa di piacevole è troppo complesso per farlo accadere per forza.
Sono i casi dei corpi pronunciati, dei capelli arruffati, delle mani eleganti, sono le bellezze che incontri una sera e che non riesci a dimenticare, quelle che spingono a desiderare una vita insieme e quelle di foto spesso negate dietro la poca voglia di mostrarsi, quelle che sanno cosa vuol dire giocare con la seduzione e che hanno paura di piacere, perché il piacere risiede esattamente lì, nel consenso solitario di pochi occhi e pochi cuori realmente autentici, sono le bellezze con l’effetto di ricordo più duraturo, memorie prolungate di un’intera esistenza.

Ammesso che si appartenga realmente a una di queste due bellezze e che la si possa riconoscere in noi, la bellezza vera e autentica, quella più difficile, non è per niente una fortuna da possedere ma anzi diviene un isolante così spesso da essere quasi impetrabile. Non è solo per l’impegno di mostrare che oltre belle si è anche brave – ma per quell’intelligenza necessaria che la donna bella ha- che è assolutamente difficile da supportare, da capire e quindi da ammirare. La difficoltà più grande di queste bellezze viene dal pregiudizio che fanno nascere quelle facili, quelle immediate, irraggiungibili- e non per impedimento, ma per scelta- di poter essere belle in questo modo leggero e senza impegno, mentre una donna davvero bella ha bisogno di impegno, protezione, di un confronto continuo.
Le bellezze difficili sono piene di eco di complimenti che rimbalzano sulla parete solida della solitudine. E nonostante questa solitudine noi donne veniamo fin troppo abilmente apprezzate solo tramite fischi per strada, complimenti di playboy che prima o poi, come cantava la Mannoia, non li sentiremo più e rose rosse per perdonare o biancheria intima per amare, e nessuna di queste cose riesce a farci sentire così belle come dovremmo, come vorremmo.
Della propria bellezza bisogna fare una scelta, scegliere se vogliamo trasmetterla  in senso assoluto o semplicemente per qualcuno, qualcuno abbastanza forte da capire che non siamo manifesti appesi per essere guardarti, ma insicurezze fragili che diventano fattezze stabili di bellezza solo se alimentate da quella visione reale che essere belle comporta, riuscire ad essere se stesse oltre il divario intricato che traccia il confine tra l’essere una bella donna e il sapere di esserlo.

Marta Borroni

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