“Dimmi che c’entra la felicità”: la recensione del libro di Vincenzo Corraro e Margi de Filpo

 

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Titolo del libro: Dimmi che c’entra la felicità

Editore: Ensemble

Anno di pubblicazione: 2016

Numero di pagine: 142

 

 

 

Sinossi: Due autori, un uomo e una donna, diciotto racconti, nove ciascuno. Diciotto frammenti di vita, partenze e ritorni, addii e ritrovamenti, felicità diverse che si incontrano senza mai sfiorarsi; luoghi che si nascondono dietro le parole e i silenzi di chi li percorre o li vive. Rumori, suoni ed emozioni che pulsano in ogni pagina. Tante, troppe, risposte a una domanda apparentemente banale: che cos’è la felicità?

«La felicità in fondo rimane sempre un concetto assai volubile, ruffiano e sputtanatissimo. Spesso ti inchioda ad attese inconcepibili e a ricerche deprimenti. Può essere vuoto o pieno, è una carezza improvvisa, un treno che torna, un figlio che ti abbraccia. Il classico dei classici è che ti entra dentro e nemmeno te ne accorgi, ti eleva e ti atterra in un niente; migliaia di risposte, altrettanti punti di vista per un’unica, spasmodica domanda, ma col gioco truccato già in partenza» (p.37).

 

Recensione: Quelli di Dimmi che c’entra la felicità sono testi apparentemente lineari, che si dimostrano invece articolati e complessi nelle dinamiche. Con la loro immediatezza e istintività, spiazzano il lettore al pari di un’improvvisa sferzata di vento gelido. L’angoscia della disoccupazione, il baratro del disagio sociale, la fragilità degli affetti e l’accettazione di gravose realtà: questi i principali temi dell’antologia, nella quale lo spettro della malattia e la labilità delle relazioni sono scandagliati con accuratezza, così come le problematiche esistenziali e la grande confusione interiore, nonché il sentimento di sconfitta che ne derivano.

Sulla copertina della raccolta Dimmi che c’entra la felicità un cielo quasi plumbeo fa da sfondo a un agglomerato di case casette dai colori intensi e vibranti. Le luci sono accese e gli edifici sembrano protendersi, con impeto, verso l’alto. Eppure gli alberi che, congiungendosi, fungono da portale d’ingresso al paesino, sono completamente neri. È proprio su tali contrasti che riposano i racconti di Margi De Filpo e Vincenzo Corraro, i quali prendono per mano il lettore, conducendolo all’interno delle abitazioni e, successivamente, nelle singole stanze, al fine di mostragli che la vita è fatta di storie, di periodi e di maturità diversi, in cui luce e oscurità, colori e non colori si inseguono, si alternano e chiazzano l’anima come fosse una tela. È bene però fugare ogni possibile equivoco: nelle storie di Dimmi che c’entra la felicità (il titolo potrebbe in qualche maniera alludere alla domanda un po’ sconcertata del lettore giunto a fine lettura) prevalgono i toni cupi e le vite dei protagonisti sono intessute di malinconia e sentimento di vuoto Talvolta potrebbe riuscire naturale paragonare questi ultimi ai rami degli alberi della copertina: avvizziti, irrigiditi, spogli e nodosi. Ma d’altronde, tra i rami un po’ stortignaccoli e i rami perfettamente dritti, quali sono considerati i più suggestivi e particolari?

Dotati di forte carica umana (e perciò anche di grande vulnerabilità) e capaci di grandi slanci vitali, i personaggi covano una tensione sottile, nella quale alcuni si dibattono, altri si crogiolano e altri ancora rifuggono, sperando che la soluzione risieda proprio nell’accettazione del loro equilibrio instabile. Percorrono strade diverse, ma ciò che tutti alla fine perseguono (alcuni, nondimeno, la temono perfino), con passo incerto e alquanto dolorosamente, altro non è che la felicità, parola che in 142 pagine compare soltanto otto volte. Cangiante, sfuggente, camuffata: per gli uomini e le donne di Margi De Filpo e Vincenzo Corraro la felicità sembra inafferrabile e laddove il lettore sarebbe tentato di dare un suggerimento, magari inducendo i protagonisti a razionalizzare e a relativizzare, questi, caparbiamente, fanno a modo loro, sovente lasciando chi legge con l’amaro in bocca. Ma probabilmente è bene che sia così: i consigli possono sì giovare, ma resta il fatto che ognuno deve sperimentare e scegliere in prima persona, anche sbagliando. È solo questa la via per capire l’autentico significato che per ciascuno ha la parola “felicità”. Forse il messaggio di  Dimmi che c’entra la felicità è allora ben più positivo e ottimista di ciò che si potrebbe pensare di primo acchito. I toni foschi della raccolta potrebbero in qualche modo costituire una provocazione con l’ambizione di fungere da sprone.

Non blocchiamoci mai, non arrendiamoci mai e soprattutto non smettiamo mai di guardarci dentro: « La felicità si nasconde lungo la strada, dietro l’ultima curva prima del mare» (p.140).

Chiara Bolchini

 

 

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