Downsizing, il nuovo film con Matt Damon – Dimensioni ridotte per vivere alla grande

Da poco uscito nelle sale italiane il film Downsizing – Vivere alla grande, con Matt Damon, Christoph Waltz e Hong Chau, presentato all’ultimo Festival di Venezia lo scorso agosto, che ha incassato finora 24 milioni di dollari negli Stati Uniti e Canada, contro un budget di 68 milioni in costi di produzione. La pellicola ricalca il filone fantastico con una prominente venatura comica, e tratta della scoperta da parte di alcuni scienziati norvegesi, in un futuro imminente, di un sistema in grado di rimpicciolire gli esseri umani portandoli alle dimensioni di pochi centimetri, al fine di creare una società sostenibile in cui le esigenze delle persone in miniatura siano ridotte al minimo, ma permettendo nello stesso tempo a queste una vita da ricchi grazie alle risorse ora in surplus.

Il tema del rimpicciolimento delle persone, o comunque della contrapposizione tra grande e piccolo, non è nuovo nel cinema, e a dire il vero nemmeno nella letteratura. Si pensi a I viaggi di Gulliver, opera letteraria in cui il protagonista, durante una delle sue peregrinazioni, si trova in una terra abitata dai lillipuziani, personaggi in miniatura al confronto dei quali il protagonista assume le dimensioni di un gigante, o ancora, per arrivare al cinema dei nostri giorni, alla pellicola Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, del 1989 di casa Disney, in cui dei ragazzini vengono accidentalmente rimpiccioliti da un improbabile macchinario escogitato dal padre di questi: un aspirante inventore che dovrà provvedere a riportare i giovanotti a dimensioni normali.

Downsizing prende senza ombra di dubbio spunto dagli esempi appena citati, discostandosene tuttavia in maniera considerevole per quanto riguarda i temi e i motivi, nonché lo svolgimento della trama. Lo scritto di Swift, pubblicato come opera per ragazzi, rappresentava in realtà una feroce critica alla società del tempo, alle sue istituzioni e giochi di potere, in forma allegorica. La pellicola del 1989, con il buffo Rick Moranis nel ruolo da protagonista, è al contrario un prodotto di pura evasione e intrattenimento, in cui all’elemento fantastico si accompagnava un forte carattere avventuroso, e che gioca principalmente sulla contrapposizione tra grande e piccino con tutti gli annessi e connessi, tralasciando l’elemento di critica sociale e/o politica. Il nuovo film con Matt Damon presenta invece (ed è in fondo proprio questo l’elemento fondamentale che lo discosta dalle due opere appena citate) una narrativa ideologica più sottile rispetto sia a Gulliver sia a Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. In Downsized, il tema fantascientifico di una possibile riduzione degli organismi umani in termini di dimensioni s’innesta in uno sfondo che rispecchia la situazione attuale del nostro pianeta e l’acceso dibattito che l’accompagna; e cioè la scarsità delle risorse energetiche e di cibo, il problema della sovrappopolazione e le politiche ciniche e avide dei governi mondiali, l’inquinamento ambientale che sembra portare la Terra verso una fine catastrofica certa e imminente, le guerre degli stati per il controllo delle risorse ancora disponibili e gli stancanti dibattiti tra allarmisti e negazionisti. In questa situazione, ci dice il film, rimpicciolire le persone rendendole grandi (o piccole) come il bocciolo di una rosa può rappresentare la soluzione ideale, poiché i bisogni (consumistici) di tali lillipuziani verrebbero in quel caso ridotti ai minimi termini, per cui le risorse (anche in termini di quattrini), prima carenti, potrebbero diventare più che abbondanti.

Questo concetto rispecchia quel movimento divenuto abbastanza popolare negli ultimi dieci anni nelle società occidentali, chiamato della Decrescita felice, per cui s’immagina un mondo dove le persone mettano da parte i bisogni consumistici per tornare a una sorta di civiltà utopica (slow) che dia importanza esclusivamente ai bisogni basilari dell’uomo, favorendo in questo modo condizioni di vita sostenibili per noi e per il nostro pianeta. A prima vista Downsizing sembrerebbe quindi rappresentare una pellicola impegnata che si propone di farci aprire gli occhi, rendendoci (per chi ancora non lo fosse) consapevoli della catastrofe che ci attende. In realtà il personaggio interpretato da Damon non è un fervente sostenitore di una qualsiasi causa ambientalista o politica ma semplicemente un cittadino comune, vittima della crisi economica che spera, attraverso la sua nuova vita in miniatura, di realizzare la possibilità di vivere un’esistenza da nababbo. Una sorta quindi di parvenu che, scrollatosi di dosso gli affanni di un onere tipico della maggior parte delle persone comuni, è finalmente in grado di godersi le gioie della vita. Il punto di vista del personaggio presenta peraltro delle forti similitudini con l’età infantile, periodo dell’esistenza in cui si è (ancora) estranei alla durezza della società adulta e si vive in una sorta di stato idilliaco che sembra senza tempo. L’età infantile e preadolescenziale non è poi tanto caratterizzata da una consapevolezza sociale che miri al progresso comune, quanto da un sentimento egoistico portato al soddisfacimento dei bisogni personali. Nel film è inoltre presente il fastidioso cliché del governo (non occidentale) autoritario che si serve di mezzi spietati per eliminare ogni forma di dissidenza, in questo caso nei confronti del personaggio interpretato da Hong Chau, attivista vietnamita costretta, suo malgrado, dal proprio governo a prendere parte al programma di rimpicciolimento per essere resa innocua. La pellicola tralascia inoltre la dicotomia tra grande (divenuto gigantesco) e piccino a metà strada, per concentrarsi sulla micro – comunità venutasi a creare, perdendo così gran parte del potenziale umoristico che sarebbe potuto scaturire da tale contrapposizione. Ciò non toglie che il film rappresenti un sollievo per lo spettatore, grazie al suo carattere leggero in un’epoca in cui il cinema opta chiaramente per dei temi trattati spesso in maniera soporifera e alquanto opprimente.

Marco Orrù

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