E se Robert Stevenson incontrasse Karl Marx? Piacere, Tyler Durden!

 

TITOLO: Fight Club

AUTORE: Chuck Palahniuk

EDIZIONI: Oscar Mondadori

ANNO: 2003

PAGINE: 191
 

Sinossi: Il protagonista, il cui nome non verrà mai svelato, vive la sua piatta vita nel ramo assicurativo. Attanagliato da problemi di insonnia, decide di combatterla partecipando regolarmente a degli incontri per malati terminali. Sarà qui che incontrerà Marla Singer, donna eccentrica e misteriosa, che come il nostro uomo vive ai margini della società, in un limbo opaco difficile da abbandonare, almeno sino all’incontro con Tyler Durden, eccentrico produttore di saponette. Tyler diverrà presto il padre spirituale del nostro protagonista, squarciando il velo che lo costringeva alla cecità.

“Noi siamo i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto”.

Recensione: Fight Club rappresenta con glaciale crudezza il crollo del sogno americano, la deflagrazione di un sistema di valori che ha reso l’America l’utopia insita in ogni cittadino occidentale. Nessuna grande guerra, nessuna grande depressione, nessuna grande rivoluzione. Questa è la generazione che analizza Palahniuk nel suo romanzo, forse più acclamato. La generazione di mezzo, senza grandi ideali e senza grandi motivazioni, ma che spinta senza sosta al consumismo feticista e accumulatore, giunge costantemente al nulla. Lavoratori spinti dal bisogno di continuare ad essere accumulatori seriali, che preferiscono il catalogo Ikea ad un romanzo o ad un numero di Playboy. La soluzione? Tornare ad una sorta di stato di natura brutale, in cui raggiungere il fondo diviene una prerogativa, in cui il sangue tuo e del tuo avversario, lascia cadere lo spesso velo dinnanzi ai tuoi occhi. Il Fight club, rappresenta così, un ritorno allo stato pre-civilizzato, unico, secondo Freud, in grado di liberare l’umanità dalla sua infelicità congenita. Un club per soli uomini, caratterizzato dalle urla della folla che incita i due combattenti, sotto il rumore incessante delle ossa frantumate dalle nocche.

Regole?  Soltanto tre.

  • La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club.
  • La seconda regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club.
  • Questa è la terza regola del Fight Club, quando qualcuno dice basta o non reagisce più, anche se sta solo facendo finta, il combattimento è finito.

Il vacuo consumismo che attanaglia la società contemporanea, grava così tanto sulle spalle del nostro protagonista, che lo costringe ad un morboso avvicinamento al cupo Tyler Durden, a tratti un mix tra un sessantottino ed un black block, che si fa portavoce di ciò che Marx avrebbe definito “lotta di classe”. Una lotta di classe atipica, in cui allo scontro dialettico si sostituisce lo scontro fisico, in cui la causa rivoluzionaria supera ogni protagonismo, e in cui ad ogni forma politica si preferisce l’anarchia. Fight Club diviene così emblema di una narrativa dissacrante, in cui ogni preconcetto, e ogni ideologia su cui si basa la società viene ridotta in cenere. Lavoro, Famiglia e Dio, tre dei caposaldi della società occidentale vengono brutalmente detronizzati, lasciando l’individuo in una sorta di stato liquido,  orfano di ogni certezza che lo accompagnava.

«Quello che devi considerare» dice «è la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che ti può capitare.»

Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio di non ottenere attenzione per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.

 Ma chi è Tyler? Per scoprirlo basta toccare il fondo insieme a lui, e leggere Palahniuk!

 

Roberto La Rocca

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