Fakeendings, il finale cambia la trama

Avevamo appena capito come identificare definitivamente le Fakenews quando, è il caso di dirlo, un’inaspettata svolta nella trama ci lancia un nuovo trend, ovvero i Fakeendings, i finali alternativi.  Ma dove eravamo rimasti o meglio come ci siamo arrivati?
Tutto nasce da una particolare rappresentazione della Carmen di Bizet andata in scena al Maggio Fiorentino e dove, inaspettatamente, la protagonista non muore come da copione. Scelta approvata e sostenuta dal sindaco di Firenze Nardella ma che ha fatto fischiare, nel senso letterale, il pubblico in platea e scatenare una serie di commenti virali dal popolo del web, tantissima l’indignazione e la satira dietro un’opera lirica strumentalizzata e rinnovata completamente. La volontà del regista Leo Muscato è stata disseminata di una critica assai e aspra e motivata- oltre ai cambiamenti, sono state riscontrate parecchie pecche mal funzionati tra cast e oggetti di scena- verso un’opera che non solo non è stata rappresentata nella sua identità ma che è stata invertita nel suo finale, Carmen non muore e addirittura spara a Don Josè, ferendolo a morte.

Nardella alla stampa si è detto soddisfatto del messaggio lanciato, che citando le sue parole, va incontro alle donne di questo momento: “Messaggio culturale, sociale ed etico che denuncia la violenza sulle donne, in aumento in Italia”. Come a voler mettere questo tipo di arte a favore della realtà, ma è realmenteo questo il mezzo in cui lanciare i messaggi importanti – vedi i protagonisti dei Golden Globles tutti vestiti di nero, effetto funerale, ma con l’obbiettivo di essere a favore delle donne- in cui sostenere le cause di difesa alla violenza?

In bilico tra il fatto che sia la realtà a influenzare l’arte e viceversa, spesso si è spettatori di questi  epiloghi inversi e controversi. A volte ci si maschera dietro la benevole idea di denuncia artistica mentre prevale il narciso intento di stupire sull’onda di un capolavoro per poi stravolgerlo e crearne uno nuovo. Intanto il web insorge: negativamente, ma se ne parla, si estende a macchia virale il diverso epilogo definitivo di ogni storia artistica che è stata consacrata come un successo, aumentando il  trend e le visualizzazioni.

Godot non si aspetta ma arriva, Anna (Karenina) non si butta dal treno ma torna da Vronskij armata di robusto randello, Lucia rinnega Renzo e scappa con Don Rodrigo, Cenerentola sposa il principe e insieme fondano, con enorme successo, Louboutin.
Sono solo alcuni dei tanti Fakeendings proposti sul web da utenti, case editrici e opinionisti, che hanno estrapolato dalle storie e dai libri i finali per cambiarli e soprattutto adattarli ai tempi nostri. Questa moda virale si conferma da una parte attuale e in contrapposto un po’ datata, follie di registi a parte, l’insoddisfazione per alcuni finali ha spesso creato nei fans o nelle produzioni gli intenti, più o meno ufficiali, di creare realtà parallele in cui i protagonisti delle storie potessero vivere più serenamente o diversamente le priorie vite.
Sui blog di un decennio fa hanno spopolato le fan fiction, cioè le storie create dagli utenti con una continuazione diversa dalle serie trasmesse, a volte le censure stesse hanno creato finali completamente diversi da quelli originali, cartoni degli anni’90 alla maniera di “Piccoli problemi di cuore” sono arrivati in Italia con un epilogo ben diverso da quello del manga Giapponese. Altre volte ancora il consenso del pubblico influenza la scelto di mercato della storia, autrici come Lisa J. Smith, creatrice della saga di “The Vampire Diares” si è vista licenziare dalla casa editrice per divergenze di finale, la coppia in endgame che voleva lei non era quella richiesta del pubblico, la saga è quindi continuata con lo stesso nome, ma senza la mano della sua creatrice a scriverla.

Innumerevoli sono poi i sequel che si sono staccati completamente dalla trama originale creando storie diverse ma con titoli uguali, uno sfruttamento più che di immagine di immaginario che spinge ad andare a guardare uno spettacolo perché si spera possa piacere come il primo, l’inizio di tutto. Tasto dolente anche per le serie tv, anni a seguirle fedelmente per poi trovarsi orfani con un pugno di mosche e con finali senza senso, capita allora che i fan si fermino da soli ad un determinato punto della storia e la facciano finire lì, dove vogliono loro, senza ulteriori fotogrammi dolorosi e inutili. È stato il caso della serie “How I meet your mather” in cui i fan hanno deciso di eliminare gli ultimi 5  minuti dell’episodio finale, scelta condivisa anche dagli autori  in concomitanza dell’uscita della serie in dvd, dove hanno deciso di dare come finale alternativo quello già scelto dal pubblico.
C’è anche chi ci prova a porre rimedio, come “Una mamma per  amica”, che dopo quasi 8 anni dalla sua fine ha deciso di chiudere il cerchio con quattro episodi speciali – di cui NETFLIX si è accaparrato l’esclusiva –  e che al posto che fare chiarezza hanno creato maggiore confusione. I finali hanno senso perché appunto pongono una fine, ma quando mancano dei nuovi inizi, la tentazione di usare qualcosa di già visto per creare il nuovo, è troppo allentante.
Questo è il fenomeno dell’arte moderna: non si inventa nulla, si ricicla, si riutilizza, sperando di rendere un prodotto migliore e cadendo, troppo spesso, in una versione peggiore. Questa innovazione negativa ci porta però, come spettatori e lettori, ad una nuova libertà concessa, quella appunto di creare dei falsi finali in cui sentir le nostre storie in modo più adeguato, in cui prendercene cura e liberarle dal taglia e cuci di artisti con il bisturi.
Come autori – quel rimane, se rimaniamo davvero ad esserlo- siamo vittime di noi stessi e di chi ci considera ormai come un contenitore vuoto, ma se proprio una storia deve finire male – non come evento ma come produzione- tanto vale che sia il pubblico a decidere come.

 

Marta Borroni

Precedente Jovanotti si racconta in "Sbam", libro "esperimento". Successivo Al teatro ipogeo di Sforzatica S.Maria in Dalmine va in scena il 27 gennaio "La Locandiera", tratta dall'opera di Carlo Goldoni.