“Gita al Faro” di Virginia Woolf: la natura fugace e insoddisfacente del sogno

Autore: Virginia Woolf
Anno di edizione: 1927
Editore della mia edizione: Newton Classici
Numero di pagine: 226

«Sì, naturalmente, se domani sarà bello» disse la signora Ramsay. «Ma dovrai alzarti all’alba» aggiunse. Per suo figlio quelle parole furono messaggere di una gioia straordinaria, come fosse ormai deciso che la gita avrebbe avuto luogo, che il prodigio atteso con tanta ansia, per anni e anni gli sembrava fosse ora, dopo una notte di oscurità e un giorno di navigazione, a portata di mano.”

 Tale sogno, infranto poi dalle condizioni avverse di maltempo, dà inizio a una delle storie moderniste più famose non solo del secolo scorso, ma anche di quello attuale, dove passato e presente si incontrano e vengono narrati in maniera innovativa, psicologica e profonda, e dove anche il tempo assume un significato nuovo, diverso e amaro nel suo scorrere inesorabilmente, come la vita. Il romanzo è forse il più famoso scritto da Virginia Woolf – della quale oggi ricorrono 135 anni dalla nascita – ed è ispirato ai ricordi delle sue vacanze in famiglia in Cornovaglia: la storia si snoda in 3 sezioni (La finestra, il tempo, il faro), con dei salti temporali e dei cambi di narratore tra l’una e l’altra. Fin dalle rime pagine, Mrs Ramsey si impone come un personaggio femminile nuovo e complesso, per il quale la finestra davanti alla quale è solita lavorare a maglia è anche metaforicamente uno spiraglio sulla sua anima: raziocinante e decisa, è l’esatto opposto del marito, rispetto al quale si sente superiore. Una donna che, con le sue capacità e la sua volontà di imporsi, è dunque ben lontana dagli schemi tradizionali dell’epoca, secondo i quali il sesso femminile doveva essere contenuto e tranquillo e che, per queste sue caratteristiche, richiama alla mente l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio ad esempio, altrettanto lontana dagli stereotipi e dai costumi dell’epoca. La seconda e breve parte è invece dedicata al tempo, visto in maniera negativa per il fatto che è portatore di morte, sia per le persone che per gli oggetti, come l’abitazione ormai abbandonata. Infine, la terza parte propone un tentativo di ritorno ai momenti felici, mosso dalla speranza ma crudelmente stroncato una volta realizzata l’impossibilità di rivivere quel sogno per il quale si è ormai perso l’originale entusiasmo, sogno con il quale la storia inizia e finisce e rispetto al quale la realtà è sempre inferiore.

La prosa della Woof va affrontata diverse volte per essere compresa al meglio, ma a mio parere è uno di quei libri classici che più lo rileggi e più lo apprezzi, accorgendoti ogni volta di un dettaglio o di una bellezza stilistica diversa, capace di comunicare diversi messaggi: la frustrazione, la perdita, il lutto, il desiderio che viene soddisfatto quando ormai ha perso ogni valore, il problema dell’ispirazione artistica e dell’incontro tra tradizione e innovazione…  Le metafore, le analogie e il simbolismo presenti sono raffinati e piacevoli: queste tecniche narrativi sono capaci di emozionare e di comunicare ideali, immagini e sensazioni talmente vivide da essere quasi tangibili, quasi fossimo noi a voler vedere il faro da vicino con i nostri occhi per realizzare quanto fugace e illusoria sia la vita, a tal punto che niente può veramente racchiuderla per sempre, nemmeno la pennellata finale che serve al pittore per concludere un dipinto lasciato in sospeso a lungo, in attesa della giusta ispirazione.

 

Angelica Corà 

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