Il Leone d’oro arriva al cinema: La forma dell’acqua, una bella fiaba moderna.

Esce nelle sale italiane il 14 febbraio La forma dell’acqua, nuova fatica del regista messicano Guillermo Del Toro, vincitrice del Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia.

La pellicola è ambientata a Baltimora nei primi anni sessanta e narra di Elisa, ragazza affetta da mutismo e addetta alle pulizie presso un laboratorio governativo in cui si fanno ricerche mirate al perfezionamento di metodi per la lotta (a quei tempi molto in voga) al comunismo incarnato dall’Unione Sovietica. Il personaggio di Elisa conduce una vita quasi solitaria: incapace di esprimersi se non con il linguaggio dei segni, le uniche persone con cui interagisce sono la collega di colore Zelda e il vicino di casa omosessuale Giles, illustratore pubblicitario freelance che fatica a trovare lavoro a causa del suo orientamento sessuale. La vita per la protagonista procede tra casa, lavoro e tanta solitudine, finché essa prende coscienza della presenza nel laboratorio di una creatura umanoide anfibia, scoperta nelle paludi sudamericane e prelevata dal suo habitat naturale per degli esperimenti. Elisa sviluppa così un legame emotivo con la creatura, la quale sembra ricambiare l’affetto della donna, creando così un rapporto di reciproca fiducia ed empatia, che porterà la protagonista a rapire l’umanoide quando ai piani alti del laboratorio si decide per la vivisezione ai fini della ricerca.

Siamo in piena guerra fredda, nel periodo della cosiddetta caccia alle streghe, attuata dal governo statunitense nei confronti del comunismo, visto come una forte minaccia ai valori democratici e di libertà della società americana(?). Questo motivo nel film è abbastanza esplicito: la cattura dell’umanoide e la conseguente sperimentazione su di esso hanno come fine l’essere ‘’avanti’’ rispetto alla (allora) Russia, in termini di tecnologia e armamenti, a scapito ovviamente dei più deboli, rappresentati nella pellicola non soltanto da Elisa, Zelda e Giles, ma anche dall’umanoide stesso, che è, di fatto, la vera vittima sacrificale di un sistema politico e sociale che sa di fascismo. E il tema fondamentale de La forma dell’acqua è proprio quello del diverso: Elisa è muta e di conseguenza chiusa nel proprio mondo; Zelda ha la pelle scura ed è oggetto quindi di discriminazione non solo da parte dei superiori (sul posto di lavoro) ma anche dei colleghi, mentre Giles ha difficoltà a trovare lavoro e vive anche lui in una quasi totale solitudine. Questi tre personaggi sono incapaci di relazionarsi a una società portatrice di quei valori inculcati nella gente dagli organi di potere, che promuovono l’omologazione, ruotando intorno a un baricentro intriso di cinismo e superficialità. Anche l’umanoide protagonista del film, il mostro, è (ovviamente) un diverso. Non solo: egli è il diverso per antonomasia, presente in tutta una tradizione di cinema horror dagli anni trenta in poi. Ed è proprio da un film degli anni cinquanta, Il mostro della laguna nera, un classico in bianco e nero, che Del Toro trae ispirazione per La forma dell’acqua, con la differenza che stavolta il ‘’mostro’’ non è rappresentato come un essere  terrificante che deve essere distrutto, ma come vero e proprio protagonista, capace di tutti i sentimenti propri degli umani e dotato di un potere (di guarigione, attraverso il tatto e la volontà) impedito solamente dal fatto di trovarsi in catene, chiuso in un laboratorio e circondato da aguzzini. A proposito di aguzzini: degna di nota è la presenza del grande Michael Shannon nel ruolo del colonnello Strickland, capace con la sua interpretazione di rendere bene l’idea sul grado di cinismo di cui gli organi governativi sono capaci. Ad ogni modo, la pellicola di Del Toro rivisita in termini postmoderni l’epopea del bene contro il male, in un contesto in cui gli ultimi diventano i primi e i diversi sembrano essere gli unici in grado di provare sentimenti di umanità, il tutto su uno sfondo sociale ben definito e rivolto al passato. Il tema del passato sembra tra l’altro essere una preoccupazione dominante nel cinema di Del Toro. Il labirinto del fauno e La spina del diavolo, lavori precedenti del regista, sono a loro volta ambientati durante (o subito dopo) la guerra civile spagnola e contengono anch’essi il tema della prevaricazione da parte del potere, in una cornice a metà strada tra l’horror/gotico e il fiabesco, con forti sfumature noir. Tratti questi presenti anche in La forma dell’acqua: un film bilanciato, scorrevole e dai dialoghi essenziali ma efficaci, accompagnato da musiche non invadenti e da una fotografia dalle tinte un po’ sbiadite, che ci riportano alle atmosfere noir e poliziesche del cinema che fu. Pellicola artigianale, lontana dai sensazionalismi di un cinema balbettante e di facile presa e dagli effetti speciali (visivi) digitali, La forma dell’acqua si avvale al contrario di trucchi artigianali che vogliono il mostro interpretato da una persona in carne e ossa (l’attore Doug Jones), su cui gli addetti agli effetti speciali hanno fatto magie, rendendo la presenza dell’umanoide tanto credibile quanto degna di empatia da parte del pubblico. In fin dei conti, in questo film l’unico elemento veramente horror è rappresentato dal cinismo e dalla crudeltà senza possibilità di redenzione degli organi governativi.

Marco Orrù 

Precedente Maionese: un improbabile ma efficace alleato di bellezza Successivo Stipendi, il divario professionale tra uomo e donna