Il microcosmo di Grazia Deledda, piccolo mondo inserito nell’universo collettivo

Pensare che, quando ancora ragazzina, presentò le sue prime produzioni, queste furono rifiutate con critiche aspre dove veniva definita “piccola grafomane” ed esortata a togliersi dalla testa la scrittura e occuparsi di altre faccende, ci dà la misura di quanto Grazia Deledda fosse determinata. Nonostante studiasse da autodidatta, avendo frequentato la scuola solo fino alla quarta elementare, continuò, anche in barba alle critiche dei suoi concittadini (critiche continuate persino quando cominciò ad avere una certa notorietà e in particolare di un parente che si vantò di “vergognarsi di una cugina del genere”) a perseguire il suo sogno e a dedicarsi alla letteratura, che era la sua vera vocazione, diventando una scrittrice prolifica di diversi  romanzi, ma anche racconti brevi, fino a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926.

Per me entrare nel mondo della Deledda è come entrare nell’immaginario collettivo, in una dimensione universale, dove si può trovare anche una religiosità arcaica e primordiale, ma al contempo, seppure proveniente da un mondo chiuso ed antico, inserita in una dimensione più ampia. Infatti, anche fra popoli lontani dal punto di vista storico e geografico, come nella ricostruzione di un mondo arcaico di cui si è persa la memoria, si trovano dei veri e propri fili conduttori che si riassestano in un’anima comune. Un’anima che gli scrittori sembrano rivivere in una sorta di memoria che emerge dall’obliò del mondo .E così, nell’arte della scrittrice si possono trovare tracce di altre civiltà e sentimenti di altri scrittori.

La maggior peculiarità, anzi, io direi, suggestività della Deledda è nel collocarsi nel suo tempo come un personaggio particolare, differente dal Decadentismo, che ha la caratteristica di rincorrere il tempo passato, questo nonostante si collocasse bene nella società del suo tempo e del suo spazio. Tuttavia, nella sua narrazione il tempo è qualcosa che sembra ritornare sempre, come nei cicli delle stagioni. È un tempo quasi mitologico e trasfigurato, seppure reale. I personaggi dei suoi romanzi hanno una forza tutta primordiale, sembrano sospesi nel tempo e nello spazio, ma ci riportano ad una presenza concreta, nitidi nella loro fierezza, nella loro solidità. Ecco Annesa, bella e tormentata, Efix, “forte della forza che dà la solitudine “e al contempo infantile nella sua semplicità, vecchio-bambino dalla genuinità primitiva, quasi selvaggia, eppure portatore del peso di uno spaventoso segreto.

Ed ecco Lia, una delle protagoniste di “Canne al vento”, che nella sua bellezza diafana ricorda i fiori delicati: sempre vestita di scuro, come la sua tristezza e i suoi indecifrabili pensieri. La prosa della scrittrice è molto musicale e poetica, ritmica, dove spesso si percepisce il movimento del ballo, ed è anche un meraviglioso connubio tra la tradizione orale e quella scritta.

Mi viene in mente la parola ANERCA, che per gli eschimesi è respiro, ma significa anche poesia, e la parola è ritmo, movimento, danza. E come per gli eschimesi la parola è danza e la poesia è respiro, in Grazia Deledda la prosa è anche poesia, a parte il fatto che è viva e palpitante. E non è mai fuori tempo.

I suoi personaggi sono delle vere forze della Natura, la quale è molto partecipe delle loro vicende e della loro interiorità, come nel romanzo della Bronte Cime Tempestose. Questi conflitti interiori si ritrovano molto similmente in Canne al vento. Nei loro drammi mi sembra di scorgere gli stessi drammi dei personaggi di “Cime Tempestose”: nelle presenze notturne su cui fantastica Efix, sembra di percepire qualcosa di simile agli elfi e le fate della brughiera che circonda “le Cime”.

Nei personaggi della Deledda vi è un conflitto fra passioni e morale, fra inconscio e parte cosciente, talvolta doloroso, che però alla fine, in un modo o nell’altro, si risolve. In fondo coesistono diverse nature, come nel mito Diana-Luna-Ecate, dove anche la morte fa parte del ciclo vitale, come l’alternarsi delle stagioni, dove anche i periodi più cupi hanno la loro importanza e determinano lo scorrere del tempo. E così le ombre fanno parte della luce e convivono col sole, il quale, a sua volta, spesso incoraggia il proiettarsi delle ombre.

Questo dualismo fatto di chiaroscuri si vede molto bene nel racconto breve della scrittrice “Il sogno del pastore”, dove il conflitto di un valore saldo come l’amicizia entra in conflitto con una sorta di aggressività latente, dove un pastore sogna di uccidere il suo migliore amico. Questo sentimento negativo viene neutralizzato col racconto del sogno all’amico, così perde la sua connotazione negativa, anzi,diventa oggetto di risate, e i due amici decidono di cucinare una pecora per uno spuntino, usanza che è quasi un rito che consolida la loro amicizia. Un rito quasi simbolico, che ricorda tanto l’episodio di Abramo, dove il sacrificio della bestia è l’alternativa al sacrificio dell’essere umano.

Sono sempre personaggi forti, che anche quando sono perdenti non ne escono mai sconfitti, continuano ad attaccarsi ai loro valori, che ricordano più il Vecchio che non il Nuovo Testamento. Nelle descrizioni dei luoghi vi si rintraccia un paesaggio quasi omerico, che appare nella sua magnificenza un po’ pagana e un po’ biblica. Sembra di vedervi, infatti, anche il Dio d’Israele, che “riempie” la Terra con la Sua maestosità. Il dualismo vita-morte riemerge nel giorno del matrimonio di Noemi Pintor, che coincide con la morte del suo servo fedele Efix, in “Canne al vento”.

Ed ecco il tempo che fugge ed è fuggito, la tristezza di fondo di Noemi, (sempre di Canne al vento), che sembra non partecipare mai appieno alla “festa della vita”, e qui si coglie un pessimismo quasi leopardiano, salvo la concezione di un destino che non è cieco, ma di una Provvidenza che dà senso alle cose, che diventa tangibile nella figura di prete Virdis nel romanzo “L’Edera”. Questa Provvidenza non si coglie però in modo nitido come nel Manzoni, anzi, spesso l’espiazione  tramite la sofferenza viene vista dalla Deledda, come necessaria per il riscatto dal peccato, dai conflitti interiori.

La religiosità della scrittrice non è però leziosa o artificiosa, ma è ingenua e quasi primordiale e rispecchia profondi valori morali. Ci ricorda,  anche se in maniera meno complessa, Dostoevskij, con le loro vertiginosità d’animo, la forza di personaggi spesso sottoposti a processi contradditori. Tutto questo, però dimostra che ogni scrittore è un universo a sé, seppure inserito nella sua cultura e nel mondo.

 

Cecilia Piras

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