L’autore del mese: “Il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe

Titolo originale: “The oval portrait”

Anno di pubblicazione: 1842

Edizione italiana di riferimento: Area 51 editore

Sinossi: In un’epoca sconosciuta, in un luogo sconosciuto, un viaggiatore sconosciuto affetto da una malattia sconosciuta, si rifugia, durante una notte buia e tempestosa, in una stanzetta di un castello abbandonato. Le pareti sono tempestate di quadri e quadretti e sul cuscino vi è un libro che li descrive tutti. Ma un dipinto in particolare strega il protagonista: è il ritratto di una giovane donna. Egli non riesce a spiegarsi la vitalità di quel ritratto e di certo il semplice valore estetico non può sortire un tale effetto su di lui. Lo sgomento, lo sconcerto e la confusione sperimentati al cospetto di quell’immagine, non saranno nulla in confronto a ciò che proverà alla lettura delle pagine del volumetto corrispondenti al ritratto ovale.

Recensione:

Diedi al quadro un’occhiata frettolosa, e poi chiusi gli occhi. Perché lo facessi, neppure io, dapprima, riuscii a comprenderlo. Ma mentre le mie palpebre restavano chiuse, analizzai rapidamente la ragione per cui le tenessi serrate a quel modo. Era stato un moto impulsivo per guadagnar tempo e pensare: per accertarmi che la vista non mi avesse ingannato; per acquietare la mia immaginazione, prima di volgere un altro sguardo, più calmo e sicuro. Di lì a pochi momenti ripresi a fissare il quadro.

Che ora vedessi giusto non potevo né volevo dubitare; poiché il primo bagliore delle candele su quella tela pareva aver dissipato il sognante stupore da cui i miei sensi erano posseduti, riportandomi di colpo alla lucidità del reale. Il ritratto, l’ho detto, era quello di una fanciulla. (…)La cornice era ovale, riccamente dorata e filigranata alla moresca. Come opera d’arte, nulla poteva essere più ammirevole del dipinto in quanto tale. Ma non era pensabile che a destare in me un’impressione così subitanea e violenta fosse stato l’alto livello dell’esecuzione o l’immortale bellezza del viso. E ancor meno era ammissibile che la mia immaginazione, strappata dal dormiveglia, avesse scambiato la testa per quella di una persona viva. M’avvidi subito che le peculiarità del disegno, della tecnica pittorica e della cornice non potevano non dissipare immediatamente tale idea, impedendomi di indulgervi sia pure per un istante.”

Un quadro. Una cornice e un dipinto in una cornice. Tanti dipinti. Una cornice e tanti dipinti dotati di altrettante cornici. E così via, all’infinito. Senza mai dimenticare che in qualsiasi momento, ogni cornice può trasformarsi in dipinto e ogni dipinto in una cornice. Questa è la vita, una storia nella storia. Molteplici storie contenute in una grande storia, la quale, a sua volta, ha alte probabilità di essere inclusa in una storia ancora più grande. Questa è la vita, questa è anche arte. “Mise en abyme“, molto simile al sistema delle scatole cinesi, è la tecnica narrativa alla base del “Ritratto ovale” di Poe, un racconto che parla di quadri e che si configura esso stesso come un quadro, composto da cornice e dipinto. Poe narra di una notte gelida e cupa, attraversata da ombre sinistre, debolmente illuminata dalla luna piena. Un viaggiatore, accompagnato dal suo domestico, si rifugia in una stanza di un castello abbandonato. Si adagia sul letto esausto, provato dai sintomi di quella malattia che si è momentaneamente impossessata del suo corpo (o del suo spirito, o di entrambi) e inizia a guardarsi intorno. Sulle pareti scorge arazzi e innumerevoli quadri di diverse forme e dimensioni, minutamente descritti in un libricino posato sul guanciale. Nell’atto di direzionare la fioca luce di un candelabro per poter decifrare le parole annotate su tali pagine, il misterioso protagonista intravede un ulteriore dipinto, un’immagine raffigurante una giovane donna che lo cattura fino a ipnotizzarlo, che lo ammalia come fosse un oggetto animato, vivo. Colto da profondo disorientamento e forte inquietudine che non sa spiegarsi, l’avventore scopre nel volumetto (un altro contenitore) la storia di quel quadro e della fanciulla che vi è ritratta.

Questa la cornice del racconto di Poe, la quale incornicia, per l’appunto, il dipinto: il ritratto ovale letteralmente parlando, che a sua volta è cornice, in quanto racchiude e in qualche modo cela, la triste vicenda di una ragazza piena di vita. Quest’ultima, sposa innamorata di un pittore, giunta al punto di detestare visceralmente l’arte, che le sottrae la persona amata e la fa sentire svuotata, inutile, priva d’importanza. Un giorno, però, ella accetta di lasciarsi ritrarre da lui. Forse per qualche attenzione in più, forse perché spera che, sebbene attraverso un ritratto, il suo amato giunga finalmente a guardarla, a non subordinarla più alla sua unica, totalizzante passione: la meravigliosa e al contempo insidiosa e pericolosa arte. Ma le cose, purtroppo, vanno nel senso opposto rispetto alle speranze della sfortunata ragazza.

Tra le novelle più brevi e intense di Poe, “Il ritratto ovale” è un testo basato sui contrasti: interni/esterni, buio/luce, stanchezza/riposo, salute/malattia, ignoranza/conoscenza, vita/morte, bellezza/orrore portati a galla dall’arte. Esso è poi, naturalmente, incentrato proprio su quest’ultima e su tutto ciò che ruota attorno ed è relativo ad essa. Soprattutto per quanto attiene al suo immenso potere in termini di verosimiglianza, realismo, malia e ossessione. Senza tralasciare la sua facoltà ipnoticamente illusoria e magica. A tal proposito, impossibile non pensare ad un parallelismo con “Il ritratto di Dorian Grey”. Il quadro, l’immagine che interferisce con la vita, se ne appropria e arriva persino sostituirla. Tra le due vicende, tuttavia, sussiste una sostanziale differenza: di Dorian il dipinto assorbe i vizi e le brutture, consentendogli di continuare a vivere, donandogli peraltro una sorta d’immunità, mentre alla fanciulla di Poe, il ritratto, a poco a poco, ruba proprio la vita.

Molteplici sono le interpretazioni possibili di questa storia (quella della giovane sposa) tanto oscura e sotto certi aspetti tanto sfuggente e impenetrabile. Il potere di una passione che ammalia e assorbe al punto di condurre alla perdita del senso di realtà, nonché dei rapporti sociali e umani. Il genio, che troppo spesso decreta che “la coperta è corta”: a fronte di un grande, indiscutibile talento, il lato umano risulta gravemente lacunoso e difettoso. Altrimenti, il pittore e l sua sposa rappresentano una gradazione dell’amore morboso e più precisamente quello di tipo “vampirizzante”, in cui uno dei due membri della coppia si nutre delle energie e delle risorse dell’altro/a per soddisfare le proprie necessità e raggiungere i propri obiettivi. Il più delle volte, il partner “vampirizzato” è totalmente disinteressato e in buona fede, ama di un amore incondizionato e crede fermamente che quella intrapresa sia la via per costruire cose belle, durature e fruttuose. Disgraziatamente però, la sapiente gradualità con cui il partner “vampirizzante” sottrae colori e vitalità non consente una visione dall’alto, di avere cioé un quadro d’insieme per poter fare marcia indietro in tempo. Per salvarsi la vita.

Quello del “Ritratto ovale” è uno stile gotico elegante e ricercato, curato fin nei minimi dettagli. Il lettore ritrova nella novella molti dei temi cari all’autore, come la malattia, la suggestione sinistra, l’inarrestabile e inevitabile trascorrere del tempo e la morte, oltre alle atmosfere profondamente crepuscolari avvolte dal mistero. L’opera riflette le teorie letterarie di Poe, come ad esempio il principio secondo il quale il lavoro di qualità deve essere breve e concentrato su uno specifico effetto singolo, oppure l’idea che il significato di uno scritto deve essere celato sotto una lieve superficie, senza esplicitare o esibire nessi logici, cause e concause razionali.

Chiara Bolchini

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