L’autore del mese: “Quando lei era buona” di Philip Roth. Più che un romanzo avvincente, uno spunto di riflessioni

Titolo: Quando lei era buona

Autore: Philip Roth

1° edizione originale: 1965

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 303

Sinossi: Da bambina Lucy Nelson vede il padre alcolista finire in galera. Da quel giorno ha cercato di redimere qualunque uomo le capitasse intorno, per la rovina sua e dei suoi amanti. Quando Roy e Lucy iniziano a uscire insieme, lui lo fa perché sta cercando se stesso, lei perché non sopporta più una madre remissiva e un padre ubriacone. Si innamorano, o cosi credono. Quando Lucy cede alle estenuanti insistenze, alle canzoni romantiche e alle parole rassicuranti di Roy e “va fino in fondo”, rimane incinta. Da quel momento in avanti, come in una tragedia greca in cui, qualunque cosa si faccia, non si può sfuggire al destino, tutto precipita. Lucy non vuole ripercorrere le orme della madre, non vuole diventare la moglie di un uomo egoista, debole e fallito, ma si convince di essere già quel tipo di donna, trascinando il matrimonio – e se stessa – alla rovina. Uscito subito prima del Lamento dì Portnoy, questo terzo romanzo di Philip Roth contiene già tutto il sarcasmo, l’ironia tagliente, l’inquietudine morale delle opere della maturità. Ma possiede una caratteristica che lo rende una stella preziosa: è l’unico romanzo del maestro di Newark ad avere per protagonista una donna. Con Lucy, Roth consegna alla storia della letteratura un personaggio agghiacciante e commovente, incarnazione di una donna che lotta per non sprofondare nella propria follia.

Recensione:

“Anche quella battaglia aveva combattuto e anche quella battaglia aveva vinto, eppure le sembrava di non essere mai stata in vita sua tanto desolata quanto si sentiva desolata adesso. Sí, aveva ottenuto tutto quel che aveva voluto, ma aveva l’impressione, mentre tornavano a casa attraverso la tempesta, che non sarebbe mai morta – che sarebbe vissuta per sempre in quel nuovo mondo che si era costruita, e non sarebbe mai morta, e non avrebbe mai avuto la possibilità di essere non solo giusta, ma felice”

I meccanismi della mente e dell’animo sono per lo più insondabili, ma soprattutto molto spesso essi si rivelano drammaticamente nocivi quanto paradossali. Ognuno reagisce in maniera diversa di fronte alle eventualità della vita, gioiose o dolorose che siano. Ognuno fa quel che può per colmare i propri vuoti interiori, per schermarsi, per andare avanti, per sopravvivere. E quasi sempre, più che dagli eventi e dalle contingenze esterne, senza saperlo, ognuno di noi si sta difendendo in realtà da se stesso, vale a dire da quelle inquietanti zone d’ombra che porta dentro, che si sono con molta probabilità originate durante l’infanzia e che con il tempo, ora dopo ora, hanno continuato senza sosta a mutare forma, a scurirsi, a raffinarsi. La cosa peggiore è, tra l’altro, che non ne siamo mai del tutto al corrente: avvertiamo sofferenza, difficoltà, frustrazione…ma siamo troppo “all’interno”, troppo immersi nel nostro Io per poter effettuare un’astrazione o una relativizzazione che ci aiutino a capire che cosa ci sta accadendo. O meglio, forse lo comprendiamo razionalmente, ma il piano meramente cognitivo e quello dell’anima sono due cose completamente diverse. Ed ecco quindi che, inconsapevolmente, nel tentativo di far fronte al malessere o ai malesseri che sono cresciuti con noi e che sono parte di noi, adottiamo atteggiamenti che costituiscono dal nostro punto di vista la sola salvezza, l’unica via d’uscita dal disagio che ci strazia. Vi ci gettiamo a capofitto, non ascoltiamo più niente e nessuno, perché è come bere acqua fresca quando si ha la gola arsa e tormentata dalla sete. Solo che troppa acqua, o forse proprio quel tipo di acqua, ci fa male, sempre più male. La cosa può durare mesi, anni. Talvolta una vita intera. Malessere- soluzione per stare meglio – sofferenza ancora più intensa e pericolosa: un drammatico e paradossale circolo vizioso che se protratto troppo a lungo, ci conduce perdere il contatto con la realtà e prende il sopravvento sulla nostra esistenza e, in ultima analisi,  su ciò che siamo.

Quando lei era buona racconta di come questo insidioso meccanismo ha rovinato la vita di Lucy Nelson, giovane donna cresciuta nel middlewest, a Liberty Center (cittadina dal nome fortemente evocativo), negli anni Quaranta. Cresciuta in seno ad una famiglia carente e instabile (un padre alcolizzato, violento e inconcludente, una madre debole e passiva e un nonno convinto della sostanziale impotenza dell’uomo di fronte allo svolgersi delle cose), la protagonista è la vittima di terza generazione dei disastri prodotti dalle relazioni umane, in particolare di quelle che si sviluppano all’interno del nucleo familiare, focolaio, secondo l’autore, delle nevrosi e dei drammi psicologici più gravi e degenerativi. La vittima che pagherà il prezzo più alto. Per reazione al quel microcosmo familiare che tanto l’ha umiliata e fatta soffrire, Lucy svilupperà una personalità ribelle, forte e arcigna, al limite con l’ottusità, che la condurrà a quella che lei individua come la sola possibilità di riscatto: ricostruire una vita di sicurezze negate e affetti mancati forgiando a sua immagine un nucleo familiare da sempre fortemente desiderato e idealizzato, imbevuto di etica, giustizia e moralità estreme, ad ogni costo, anche a scapito del suo equilibrio psichico e della sua stessa felicità. Purtroppo, però, com’è facile immaginare, il suo sogno di costruire qualcosa di migliore rispetto a ciò che ha ricevuto da ragazzina, si tramuta presto in una cieca e devastante ossessione, una vera e propria guerra santa per correggere la vita degli altri, etichettati e giudicati senza mezze misure, senza beneficio del dubbio, senza alcun gioco di specchi. Illudendosi che il mantenimento costante del controllo su tutto, mediante schemi rigidi e inderogabili, le dia finalmente accesso alla libertà, Lucy finirà invece per auto ingabbiarsi, riproducendo con le sue stesse mani quel passato tanto disprezzato sia nel presente che nel futuro (“…erano tutti parte di quel passato…”), auto intrappolandosi in una vita che lei stessa rifiuterà e odierà prima di iniziare, ma che bisogna scegliere per forza, anche se sarà matematicamente rovinosa. Il disastro, come nella tragedia greca, è annunciato. E assolutamente inesorabile.

Un romanzo che lascia l’amaro in bocca, cupo, malinconico, dotato di sprazzi di ironia pungente. Uno scritto che presenta numerosi e notevoli spunti di riflessione, ma che, secondo il mio parere di lettrice, si rende poco digeribile a causa della grande lentezza del ritmo narrativo, dell’intreccio ben congegnato ma costruito con salti temporali un po’ troppo bruschi uniti a cambiamenti del punto di vista che non consentono una lettura fluida e dunque piacevole. Talvolta si fatica a comprendere dove l’autore voglia andare a parare. Quanto alla narrazione in sé, la prosa asciutta e la carenza di descrizioni accurate e di profonde considerazioni di ordine psicologico o sociale, non fanno di Quando lei era buona un romanzo realmente accattivante e avvincente, di quelli che tengono lettore incollato alle pagine. Ad ogni modo, un testo molto interessante, da analizzare e su cui riflettere.

Chiara Bolchini

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