Lavorare oggi, come cambiano i tempi

“Il lavoro nobilita” è un frase attribuita con molta probabilità a Charles Darwin, il creatore della  teoria dell’evoluzione.
Il lavoro nobilita l’uomo, ovvero rende nobile l’uomo, eppure non sempre questo concetto è stato alla base della società mondiale: la nobiltà vera è rimasta immaginata per millenni tra sovrani e padroni mentre la plebe e la gente comune schiacciata tra servitù e lavoratori. Sotto spinte continue di rivoluzione si è cercato, durante questi anni, di attuare un’omologazione e un’uguaglianza che permettesse pari diritti. La nostra stessa Costituzione italiana cita che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Oggi lo svincolo complicato del nostro secolo è soprattutto questo: dove inizia il nostro lavoro e dove finisce la vita privata, quali sono i limiti, ormai leggeri, che sperano questi due emisferi?
In un tempo non troppo lontano, quello dell’infanzia dei nostri genitori, c’erano sacralità di famiglia e tempo libero come valori assoluti, almeno da noi, con il nostro cristianesimo – con le Domeniche e le feste religiose- mentre in alcune altre parti del mondo, come l’America, già si strizzava l’occhio a un diluente di tempo più influente e quasi infinito per quella che era è ed rimasta la città che non dorme mai, New Work.
L’Italia ci ha messo tantissimi anni per arrivare ad avere un equilibrio paritario in questo senso: l’evoluzione moderna, negli aspetti dei tempi lavorativi, ha sempre avuto uno storcimento di naso collettivo, unito alla paura di perdere le nostre abitudini più antiche. Eppure se pensiamo ancora una volta ai nostri genitori, possiamo analizzare come il cambiamento abbia iniziato a farsi strada in un arco di tempo ormai sostanzioso.

Mia madre ad esempio, quella stessa persona che ha avuto l’infanzia delle feste sacre e delle abitudini provinciali di un’Italia in pieno boom economico – come lo sono stati gli anni ’60- ha avuto modo di vivere, nelle processo di un solo ventennio, un’incredibile evoluzione di abitudini. Nel pieno splendore di una ‘Milano da bere’ non era infatti impensabile vivere la notte come nella Grande Mela di qualche decennio prima, bar e ristoranti aperti a qualsiasi ora, teatri e cinema a pieno ritmo, in un vortice di spettacoli e orari che non si fermavano di certo alle sei del pomeriggio.
Erano gli anni’80 e appena si usciva da quelle città modernizzate il mondo non era del tutto cambiato come lo è oggi, l’avvento di internet, con nuovi traguardi e possibilità, ha fatto spazio anche negli angoli più remoti del mondo, e se da una parte il lavoro manuale delle persone è stato sostituto dalle macchine, sono anche altrettante le mansioni lavorative richieste che un persona può svolgere nell’Italia di oggi, ciò che invece rimane invariato è il divario- sempre più spesso da valicare- tra dipendete e padrone.

Per questo forse, scelte commerciali di aperture che una volta erano considerate straordinarie (e che oggi diventano quasi abitudinarie) creano clamore e preoccupazione fra chi deve dividersi fra la sua mansione e la restante parte della sua vita. L’ultimo caso è stato quello del centro commerciale Orio Center di Bergamo, aperto in parte a Natale e in modo totale il 26 dicembre – registrando numeri elevatissimi di presenze e consumo-  ma sono sempre di più gli esercizi commerciali che rimangono aperti nelle festività e che prolungano gli orari di apertura, basta pensare ad alcuni esercizi commerciali della catena Carrefour, ormai aperti 24 ore su 24.

Sembra però che da qualsiasi direzione il lavoro venga svolto, il popolo insorga in constanti rivolte e malcontenti.
Da una parte la mancanza del lavoro troppo elevata, una disoccupazione  a livelli massimi e dall’altra il lavoro che quando c’è è troppo, ingestibile in orari che sembrano internabili. Si rimarca la divisione antica tra padroni e dipendenti, tra la ricchezza- almeno apparente- e la povertà- ormai certa- e termini come sfruttamento tornano alla ribalta tra diritti del lavoratore , rivendicazione del tempo in famiglia e i progetti dei sindacati. Se tutto questo non bastasse, la religione viene aggiunta come valore perso e vista come un offesa, se il lavoro è svolto nei giorni sacri.
Il lavoro, vissuto in qualsiasi giorno, può essere davvero visto come un’offesa a Dio?
E la nostra moralità personale può essere offesa dal nostro ruolo professionale, se investiamo più tempo nel lavoro?
Per alcune persone queste domande trovano risposta affermativa, molti infatti sono stati gli scioperi indetti e alcune persone, pur costrette, si sono rifiutate di svolgere il proprio lavoro in giorni stabiliti di festa, alcune di queste hanno subito  trasferimenti di sede, non senza una chiassosa protesta.

A livello personale mi è difficile restare imparziale, mi trovo di netto dalla parte dei cosiddetti padroni, di chi ha e svolge un lavoro autonomo, questo però non mi esula dal lavorare nei giorni di festa, nelle Domeniche o da quelli che si potrebbero definire turni di notte, spesso il non avere orari stabiliti. Comporta più doveri che privilegi, ma il punto focale su un fondamento così importante come il lavoro, sarebbe proprio quello di svolgerlo quando c’è, senza estremizzare le parti di chi potrebbe stare meglio o peggio, ma confermarsi piuttosto una catena di montaggio così solida  e ben avviata, da risollevare veramente  l’intera economia, ed è per questo che il lavoro non andrebbe mai visto in negativo.
L’obiezione potrebbe essere: e la famiglia, dove la si colloca? La famiglia è dunque in collocamento al tempo che rimane e che si svolge attorno alla nostra professione, è il ruolo in cui esserci non solo in quantità ma anche in qualità, un’evoluzione dentro i tempi attuali in cui ognuno di noi costruisce i propri nuclei famigliari e le proprie tradizioni, in cui anche e soprattutto ci si educa, insieme, al lavoro, un lavoro che è tale in ogni nostra mansione.
Pensiamo a  tutti quelli che non possono sottrarsi alle date, i medici, i dottori, i carabinieri, sono solo alcuni degli esempi più banali, ma sono anche tanti altri i ruoli a cui non ci si può allontanare, come quelli di essere genitori, se tra questi, alcuni di essi ci vengono retribuiti, qual è esattamente il meccanismo che si vuole contrastare?
Quando si comincia un moto di cambiamento non ci si può fermare nel mezzo del suo processo, bisogna confermarsi popolo attuale, prendere atto di ciò che è cambiato e di ciò che ancora è da cambiare, e per fare questo tutti di noi siamo costretti a “lavorare” a tempo pieno e indeterminato.

Marta Borroni

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