Malattia, quando e come parlarne

In un momento sociale come quello che stiamo vivendo, tutto è notizia e tutto, ma proprio tutto, può essere fonte di una dichiarazione. La smania di perfezione diventa ambizione di normalità, così gli sforzi fatti per apparire – quantomeno esteriormente – belli e perfetti, vengono amabilmente mischiati con difetti e imperfezioni e ai lati privati anche più delicati.
Uno dei casi di maggiore condivisione riguarda la malattia e la guarigione di alcune persone che hanno attraversato tali fasi. Essi diventando esponenziali soprattutto quando sono le persone note a dichiarare la propria patologia, dentro una cassa di risonanza infinita in cui la confessione diventa subito notizia.

Ha diviso la scelta dell’uso, del momento e delle parole che Nadia Toffa, inviata delle Iene, ha usato per annunciare che a seguito di un malore giunto all’improvviso ha scoperto di avere il cancro e di essere già guarita, dichiarando, tra le altre cose, che i malati di cancro sono fighi.
Parole dette durante la trasmissione che hanno portato da una parte ad un grandissimo sostegno e dall’altra hanno scosso, aspramente, per la facilità con cui un tema così forte possa essere fatto passare senza filtri in pochi muniti di tv. Viene da chiedersi se sia necessario dichiarare qualsiasi cosa del nostro privato e se, davvero, dichiarare la malattia a volte può essere un bene per il paziente e le persone esterne.

La vicenda ha generato tantissimi post e messaggi, tra cui uno, diventato virale in cui, pur con tutto il rispetto alla presentatrice, le si fa notare che la realtà delle altre persone, dei milioni di malati, non è così brillante e patinata, ne tantomeno figa come invece è passata attraverso le sue parole. Un post che mette in luce un altro aspetto importante della malattia, ovvero la tempistica della diagnosi e del processo di cure, che ancora oggi non sono uguali per tutti.
Sappiamo come ormai la tempistica giochi un ruolo vitale in qualsiasi malessere e questa immediatezza non è garantita ad ogni paziente. Se la presentatrice, infatti, in soli 2 mesi ha scoperto la malattia, l’ha subita ed è guarita tanto da arrivare a parlarne tranquillamente in diretta tv, seppur con parrucca e comprensibile commozione, per tantissimi altri pazienti 2 mesi non bastano nemmeno per la lista d’attesa di visite mediche e cure.
Questa disuguaglianza di trattamenti tra pazienti non vuole evidenziare solo e per forza una sorta di discriminazione elitaria di malati, chi riesce ad essere seguito e guarito per tempo è sempre un segno positivo della medicina, ma la dinamica di tempo cambia la prospettiva in cui, forse, è più giusto e consono rendere pubblica una malattia, in questo esempio, la conduttrice sembra quasi stridere e ledere la solitudine di chi non ha le stesse possibilità di guarigione, e dunque in cosa questa confessione può essere utile?
Si è parlato spesso del fatto che l’informazione e la divulgazione della malattia è il  primo aiuto alla prevenzione, ma siamo davvero sicuri che ogni esperienza personale, di qualsiasi essere umano, può essere fonte di miglioramento per l’altro?

Esattamente quando la nostra esperienza può essere giusta e quando invece diventare inopportuna verso qualcuno?

Un bilanciamento intricato e spesso mal gestito che ci porta, laddove abbiamo possibilità di voce, a far nascere confessioni di dolori per scoprirci di nuovo fragili e poterci rifugiare nell’abbraccio –carnale o virtuale poco importa- di qualcuno che finalmente può sentirsi spinto a prendersi cura di noi. La divulgazione del nostro dolore, una volta ottenuta l’immagine di perfezione, ci porta verso l’approvazione e l’indulgenza verso il fatto che no, nemmeno noi siamo infallibili, un innesto naturale quanto pericoloso quando gli argini possono essere così labili da rompersi.Può essere il caso della Toffa, una confessione che per lei sembrava essere liberazione e che invece, per molti altri, è stata vissuta con un distacco ancora più ampio, un profondo e maggiore senso di isolamento e solitudine verso chi, con il cancro, figo proprio non ci si sente. Tutt’altra scelta invece quella della Bignardi, dove solo recentemente a Vanity Fair ha confessato di aver avuto anche lei un cancro.
Nell’intervista spiega che quel suo look così criticato, il taglio corto sale e pepe, era dovuto alla chemio e alla stanchezza di dover portare la parrucca.
Allora fu ampiamente giudicata per la scelta di un look molto poco femminile e alquanto vecchio, però non disse nulla, quantomeno in quei frangenti, a quelle critiche e sarebbe stato spiazzante avere una giustificazione così grave come un tumore, perché è un dato di fatto che il mondo ci chieda quasi sempre una giustificazione ad una nostra scelta, e quando la scelta non è nostra, e solo noi lo sappiamo, è difficile trovare quell’equilibrio tra segreto e confessione.

Di cancro ho perso mio nonno, ma lui, in un certo qual senso è stato fortunato, nonostante alcuni errori negli esami in cui il tumore gli è stato scoperto tardi, ha vissuto molti più anni di quelli che gli avevano dato, ma di contro avrebbe potuto viverne ancora di più, avrebbe potuto essere qui oggi. Due anni prima di lui mia nonna ci lasciò, dopo una lunga malattia durata più di 10 anni, una sera del 1994 ebbe un ictus e nonostante fu portata d’emergenza in ospedale, la visitarono solo il pomeriggio del giorno seguente, un lasso di tempo troppo ampio per far sì che i danni non fossero tanti, troppi, non tornò mai più quella di prima.
Due malattie che potevano essere vissute e dette in maniera totalmente diversa, mio nonno restò lucidissimo fino alla fine e poteva sembrare un uomo sanissimo, mia nonna era chiaro che non riuscisse a parlare, a esprimersi, ad agire in autonomia.
Credo quindi che sia importante parlarne, aprirsi, dare testimonianza dei miracoli e delle fortune o dare esempi di come riuscire ad appigliarsi nelle disperazioni, nelle certezze delle prognosi irreversibili, ma per fare questo è sempre necessario mantenere un lato privato, debole, un lato che non si china alle giustificazioni che ci chiede il mondo ma che prosegue silenzioso nel rispetto di chi ha sofferto, di chi non sempre ha vinto e non può essere qui per dircelo.

 

 

Marta Borroni

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