Meryl Streep e Tom Hanks a caccia di notizie in “The Post”, nuovo thriller giornalistico di Steven Spielberg

È nelle sale il nuovo film di Steven Spielberg, The Post, candidato all’Oscar e con due stelle d’eccezione, Meryl Streep e Tom Hanks, nel ruolo da protagonisti.

Il nome che dà il titolo alla pellicola si riferisce al Washington Post, autorevole quotidiano statunitense, già protagonista negli anni settanta di un film di altrettanto grosso calibro, che vedeva brillare Dustin Hoffmann e Robert Redford nei panni di due giornalisti alle prime armi che riescono, grazie al duto lavoro e a tanta tenacia, a scoprire lo scandalo del Watergate, ossia l’attività spionistica da parte dei Repubblicani nei confronti dei Democratici (degna di George Orwell), in cui era coinvolto l’allora presidente Richard Nixon, e che portò alle dimissioni di quest’ultimo. Correva l’anno 1976 e il film era Tutti gli uomini del presidente, pellicola a cui il nuovo film di Spielberg deve molto. The Post sembra infatti quasi un calco del film di Pakula, da cui esso si distanzia soltanto per i ritmi e l’inserimento del protagonista femminile (una sempre eccellente Meryl Streep). La Streep interpreta Katharine Graham, figlia del proprietario del Washington Post, la quale acquisisce il titolo di editrice capo (la prima donna a ricoprire quel ruolo in un quotidiano a tiratura nazionale nella storia degli Stati Uniti) non dal padre, ma dal defunto marito (il fatto che il padre avesse lasciato in eredità il giornale al proprio genero invece che alla propria figlia la dice lunga sulla mentalità dell’epoca riguardo al ruolo.delle donne nella società) e sembra non avere molta voce in capitolo nelle decisioni aziendali del quotidiano, in quanto donna. Questo uno dei motivi del film. L’altro: la corsa alla notizia; una vera e propria lotta tra il Post e il New York Times per accaparrarsi l’esclusiva dei documenti segreti riguardanti la guerra del Vietnam e custoditi nel Pentagono, da cui trapelano le ambiguità tenute fino ad allora nascoste e che puzzano di scandalo. Quattro i presidenti coinvolti, e Nixon che parla di denuncia agli organi di stampa, con tutto il repertorio a cui la politica anche nostrana ci ha da sempre abituati.

Spielberg sta naturalmente, come qualsiasi persona di buon senso, dalla parte degli organi di stampa, rendendo il film quasi un portabandiera della lotta per la verità contro lo strapotere della politica, e della libertà di parola. Spielberg è (appare)  un grande idealista e questo si vede abbastanza chiaramente nelle sue pellicole, in cui il bene e il male assumono dei contorni ben definiti, lasciando poco spazio alle zone d’ombra, e la storia è raccontata in maniera avvincente, con un forte elemento avventuroso. Tuttavia, questo nuovo film sembra un po’ spento rispetto alla filmografia spielbergiana. The Post procede, infatti, a ritmi molto lenti (quasi in dormiveglia) ed è caratterizzato da ambientazioni e dialoghi un po’ sbiaditi, in cui Hanks e Streep fanno del loro meglio per tenere la storia in piedi. Niente a che vedere con l’avvincente Munich, thriller storico – documentaristico sull’attentato alle Olimpiadi di Monaco del 1973, in cui un team di atleti israeliani persero la vita per mano di un gruppo di terroristi palestinesi, o con il classico Schindler’s List, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo nonostante le quasi tre ore di durata.

Qualcuno ha detto che i film di Spielberg sono come i segreti di stato: essi emergono dopo tanti anni dal loro accadere. The Post narra infatti di una vicenda  avvenuta nei primi anni settanta, ma non è per niente un caso che il regista abbia deciso di fare un film del genere proprio ora. L’America infatti sta attraversando un periodo piuttosto buio con la presidenza di Trump, il quale si scaglia spesso e volentieri contro la (libertà di) stampa, definendo i giornalisti come dei veri e propri nemici. Un già visto e rivisto della politica pappona e invadente che si mette al di sopra di tutto e tutti e crede di poter cambiare le regole annullando quelle stesse regole che sono il fondamento delle democrazie moderne. Ecco allora spiegati i ritmi pacati di The Post: il film mette in scena una stanchezza di fondo nella gente provocata dai meccanismi di potere, e dalla sensazione che il tempo passa ma le cose in fondo rimangono le stesse, con poca possibilità di rivalsa. Questo è forse il messaggio di fondo  che Spielberg voleva mandare con la sua nuova fatica, e bisogna dire che in questo senso egli vi ha colto in pieno.

 

Marco Orrù

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