“Perché io non potevo dimenticare le rose”, la storia d’amore tra Sibilla Aleramo e Dino Campana.

<< Dicevi ch’eri tu che mi amavi, Dino? Sono io, sono io che amo te. Che dipendo dalla tua vita. Non chiedo altro. Ti adoro. Vivo perché m’hai detto che il mio amore, di cui non hai bisogno, ti è però caro! >> .

Questa breve lettera è stata scritta da Marta Felicina Faccio, chiamata teneramente dagli amici “Rina”, nel gennaio del 1917, ai tempi in cui con il destinatario “Dino”, menzionato nella lettera, le cose non andavano più così bene. Sarebbe una straziante dichiarazione d’amore come tante, se non fosse che a inviarla sia stata una delle più significative donne del primo Novecento, Sibilla Aleramo, e che a riceverla sia stato uno dei poeti italiani più letti nel mondo, Dino Campana.

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La loro storia durò due anni più o meno, dal 1916 al 1918, troncata dalla donna che esausta non sopportava più gli sbalzi d’umore di lui, che nel giro di poche ore era capace di mandarle biglietti con su scritto: “Cara signora, spero che lei abbia capito che tra noi è finita” e poi “Amore mio, mi manchi, ti prego, vieni da me”. Capirete che non si può vivere così. Quando si conobbero, lei era già famosa per aver pubblicato il romanzo anticonformista e autobiografico “Una donna” (1906) – un successo mondiale, vi basti pensare che il libro fu tradotto in nove lingue, tra cui francese, tedesco, polacco e danese – in cui criticava l’istituzione matrimoniale, castrante e gretta per la donna-tipo, la quale si accontentava così di consumare i propri giorni, senza esistere. Quella non-vita lei l’aveva vissuta sulla propria pelle, quando violentata a 16 anni da un uomo nella fabbrica, dove lavorava anche suo padre, era stata poi costretta a sposare il suo stesso aguzzino, da cui avrebbe avuto un figlio. Stanca, come avviene nel romanzo, Sibilla troverà la forza di abbandonare entrambi. Il suo bambino non lo rivedrà mai più; un fardello che si trascinerà dentro per sempre e che la porterà a cercare disperatamente di amare e di essere riamata. dino-campana_250x320Anche lui aveva pubblicato un libro I canti orfici (1913), che però aveva ricevuto una tiepida accoglienza e uno scarso consenso di pubblico. A significare che i geni non vengono davvero mai compresi. A ciò si aggiungeva la salute mentale cagionevole: Campana passava da un manicomio all’altro e le sue crisi depressive erano sempre più frequenti. Per questo non gli parve vero che “la donna più bella d’Italia”, come era ritenuta nei salotti letterari, quella che aveva diviso il letto con uomini come Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Clemente Rebora, Umberto Boccioni e Salvatore Quasimodo, quella femmina sensuale che Giuseppe Prezzolini arrivò a definire il “lavatoio sessuale della cultura italiana”, si interessasse a lui e ai suoi scritti. Si incontrano la prima volta nel paesino d’origine del poeta, Marradi. E’ il 3 agosto 1916. Dalla corriera scese una donna mai vista prima, un corpo meraviglioso fasciato da uno splendido abito bianco. Era lei: Sibilla Aleramo. Dino Campana rimase folgorato – probabilmente la sua follia sarebbe degenerata lo stesso, dal momento che soffriva di una grave malattia venerea, la sifilide – ma non aveva mai amato davvero nessuna, non era educato ai sentimenti, né pensava che mai sarebbe stato capace di provarne. Fu lei, che invece di storie d’amore ne aveva vissute tante, relazioni anche chiacchierate come quella omosessuale con Eleonora Duse, a fare il primo passo. A dividerli dieci anni di differenza: lei ha quarant’anni, lui appena trenta. Mentre fuori infuriava la grande guerra, i due si amarono perdutamente in una stanza dell’albergo Lamone, situato alle spalle della stazione ferroviaria di Marradi. “El matt” del paese, come era chiamato sarcasticamente Dino, scrisse per lei questi versi nel ’17:

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore.

 

Un amore fatto da un lato di gioie e speranze, sogni e fantasticherie, ma anche di abbandoni e delusioni, dolori e insulti. Vagabondi per scelta, lontani dalla normalità, che tanto detestavano. Usciti dal borgo di Marradi, da quell’angolo di mondo, che con fatica si erano ritagliati, vanno dapprima a Firenze e poi a Pisa. In seguito, in una villetta in affitto, a Marina di Pisa, e proprio qui Sibilla deve fare i conti con la mens insana di Dino. Lui le chiede dei suoi amanti, lei li ammette, e inizia poi a picchiarla. Ferita, la donna chiede aiuto all’amico Emilio Cecchi, che l’accoglie in casa sua. campana-aleramoMa ancora la storia non può dirsi finita. Proseguirà per almeno un anno. Lui così geloso di un passato, che lei mai avrebbe potuto cambiare e che neppure aveva voglia di nascondere. Lei tanto ribelle, quanto desiderosa di gettarsi in nuove avventure. Arrivarono a detestarsi, loro tanto simili, eppure così diversi. Sibilla tentò di aiutarlo, chiese il parere anche di medici, che le suggerirono di allontanarsi dal poeta maledetto gravemente affetto di contagiosa sifilide. Così si lasciarono un giorno, così come si erano presi. Davanti al manicomio, dove lui fu internato, terminò la loro relazione. “L’ho riveduto così, dopo nove mesi, attraverso una doppia grata a maglia. Non ero mai entrata in una prigione. E’ stato un colloquio di mezz’ora, i carcerieri avevan quasi l’aria di patire sentendo lui singhiozzare e vedendo me irrigidita”. Dino, non riuscì mai a perdonarla, lo vide come un doloroso abbandono. Al suo primo e unico grande amore, infatti, scrisse qualche giorno dopo la visita:

“Mi lasci qua nelle mani dei cani senza una parola e sai quanto ti sarei grato. Altre parole non trovo. Non ho più lagrime. Perché togliermi anche l’illusione che una volta tu mi abbia amato è l’ultimo male che mi puoi fare”.

Dino Campana morì il 1° marzo del 1932 nell’Ospedale psichiatrico di Castel Pulci, dov’ era stato internato a quarantasette anni. Morì in ssibilla-aleramoolitudine, lui che non si era mai sentito partecipe di quel miracolo straordinario che è la vita. Lei, invece, sopravvisse, perché aveva imparato a godere di ogni attimo. Continuò a collezionare amanti: nel 1936 si innamorò di Franco Matacotta, uno studente di quarant’anni più giovane, a cui restò legata per 10 anni. Nel 1960 si spense a Roma dopo una lunga malattia. Di quella storia d’amore con Dino Campana non scrisse nulla né amava parlarne. Ne resta traccia in un carteggio, che è stato pubblicato da Feltrinelli intitolato non a caso Un viaggio chiamato amore, come chiaro omaggio a quella sincera lirica nata dal cuore puro di Dino Campana. Nel 2002 è stato girato in merito pure un film diretto da Michele Placido, interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi. Anche lo scrittore Sebastiano Vassalli nel romanzo La notte della Cometa ha cercato di parlarne, ma forse certe storie sono tanto belle proprio perché non possono essere raccontate. Anzi, è proprio a raccontarle che essere pare perdano una parte di se stesse. La più più vera. La più autentica.

Cristina La Bella 

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