Povertà, quando diventa un’abitudine

Qualche settimana fa, nel mezzo di un supermercato a Padova una donna di 75 anni è svenuta all’improvviso nella preoccupazione generale della folla intorno a lei. Si poteva pensare al peggio, vista anche l’età, ma il peggio per lei si è scoperto essere la povertà. Gli stenti di indebolimento da fame, freddo e stanchezza l’hanno portata a perdere i sensi. Una sofferenza raccontata ai presenti e poi ai soccorritori con un disarmante senso del vero che lascia interdetti su come, nel 2018, si possa essere tornati a queste condizioni così estreme da sembrare surreali.
I due estremi, la ricchezza e la povertà, si tende quasi sempre a immaginarle, sognarle o temerle come qualcosa lontano da noi, dal nostro piccolo mondo. Eppure la carestia è qualcosa dietro le porte dei nostri appartamenti con gli zerbini lucidi per pulire i piedi e poi dentro i frigoriferi vuoti, i termosifoni spenti e le bollette accatastate in date che molto spesso non possono essere pagate.
La donna vive con 700 euro scarsi di pensione, spesso fanno fatica a bastare per un appartamento modesto e troppo spesso sono insufficienti per le spese che ne conseguono, come la stessa ha raccontato, oltre al fatto di non mangiare o mangiare pochissimo e male, in casa sua è costretta a non avere riscaldamento o acqua calda perché “semplicemente” non li può mantenere.
Una vita a lavorare non è bastata per garantirle di farcela nell’adesso, aggravata da una situazione di solitudine, pochi parenti e tutti in cattivi rapporti, la signora non ha nessuno a cui chiedere un mano, un aiuto o anche solo un momento di sfogo. Ma poi, sinceramente, quando si parla di problemi e di soldi, chi rimane ad aiutarti?
La povertà è qualcosa che non si vuole toccare né guardare, nemmeno da lontano, viene vista come una vergogna da tenere all’oscuro, instabile come la cristalleria da pochi soldi, e spesso intesa come una scelta- fosse solo di destino avverso- di visione ostile verso la propria stabilità di cognizione, come a dire che se sei povero o lo sei diventato è perché non hai fatto abbastanza o semplicemente non sei sufficientemente in grado di cavartela, di fare la scelta giusta, di gestire la tua vita in modo tale da evitare la fame.
Dunque la povertà e di conseguenza il povero è qualcosa che si allontana, al quale si storce il naso, la si ignora quando la si può, la si supera non appena la pancia si sente piena e nel contempo non si fa niente per risolvere il problema.
Problema che divine tale soprattutto quando la povertà diventa abitudine e si mischia realmente con le nostre vite consuetudinarie e apparentemente stabili.

L’Istat stima siano 1 milione e 619mila le famiglie che versano in condizione di povertà assoluta: una condizione che tocca 4 milioni e 742mila persone. Il 37% dei giovani, avverte la Cei, è a rischio esclusione sociale. Un’esclusione sociale inevitabile che avviene quando non si hanno i mezzi o le forze per vivere.

Quanti inviti si rifiutano perché non si hanno i soldi per la benzina, a volte nemmeno la macchina o perché proprio quella cena in più non la si può pagare; quante volte ci si sente inadeguati per quegli abiti che la moda detta vecchi dopo 5 minuti che gli si è indossati e che magari su di noi solo dopo anni sono davvero stanchi e sgualciti e ci paiono stracci. Quante le corse al supermercato per rincorrere l’occasione migliore, la ricerca del centesimo incastrato nel portafoglio che può fare la differenza, che può stabilire davvero un giorno di sopravvivenza in più. E ciò che poteva sembrare banale come un detersivo, un caffè con gli amici, persino un pacchetto di fazzoletti diventano lussi quotidiani di valore inestimabile per chi lotta più con la fame che con la vita. La casa è la prima a disintegrarsi, il mantenimento diviene impossibile tassa dopo tassa, consumo dopo cosumo.
Accade, come ha dichiarato la signora, che per cercare di  allontanare almeno un po’ il freddo costante fuori e dentro casa ci si metta addosso tutto quello che può tenere caldo, ma le pareti sono flebo di umidità vaporose che si depositano sulle ossa e le docce fredde spilli ghiacciati puntati sulla propria pelle. Se vivere sembra diventato ambiguo, persino sopravvivere sembra essere qualcosa di impossibile.
Il lavoro, quando c’è, è difficile da gestire. I dolori assopiscono il corpo e la mente e la difficoltà di esserci, per mezzi e condizioni, non permettere di investire le adeguate energie nel lavoro, fino arrivare a perderlo persino, e se già i soldi prima non bastavano, figuriamoci dopo.
I soldi per farli chiamano altri soldi, e quando mancano non si sa come salvare quel poco che rimane da vivere. Seguono i sogni, i progetti, gli affetti e a chiedersi dove destinarli, come gestirli, come proteggerli, come trattenerli ancora con sé, nonostante la povertà stia logorando i lembi della nostra integrità. Allora a quel punto anche le nostre età nella parte degli estremi diventano armi taglienti in cui scontrarsi con le proprie carenze, giovani e anziani rappresentano questi due vertici: se i primi si affrontano con la disillusa paura di non sapere come dare inizio al proprio percorso di vita, come impostare la propria crescita – lo studio, lo sviluppo del lavoro, il pensiero di formare un nucleo famigliare – i secondi non sanno come fare per consolidare e conservare ciò che con fatica hanno ottenuto, lottando. Due punti di percorsi agli antipodi, ma che si ritrovano privi di quella stabilità necessaria per far funzionare la propria esistenza, nell’infelice conclusione che questi abbondanti milioni di persone si trovano in comune nella stessa situazione pur essendo, fattivamente, soli.
Aiutare, nel verso senso della parola, non è facile: spesso chi vuole non può e viceversa, a volte i problemi di ognuno di noi sono realmente troppo forti per pensare agli altri e altrettanto spesso quando pensiamo agli altri e diamo senza fine, nella nostra fine, chi pensa a noi?
La problematica sta nella catena d’aiuto discontinua, che a tratti si interrompe senza renderla fluida, c’è sempre qualcuno che vuole di più, che non si accontenta, che sale ad un vertice di ricchezza privando qualcun’altro della possibilità di essere se non ricco, quantomeno “normale”, piccolo benestante di un sistema che aiuterebbe tutti ad un benessere collettivo e ampiamente produttivo.

 

Marta Borroni

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