Recensione de “Il cavaliere e la sua ombra” di Luigi Malerba.

«Forse non lo sai, ma anche tu hai una compagna fedele alla quale rivolgerti nei momenti di solitudine e, succede a tutti, di tristezza. È una compagna che non ci abbandona mai nemmeno, quando partiamo per un viaggio in paesi lontani, che ci insegue instancabile anche nelle zone più sperdute e impervie. […] La tua ombra, è di lei che sto parlando, non ti abbandonerà nemmeno in  situazioni di estremo disagio. E noi? Come ricompensa per questa fedeltà ci dimentichiamo addirittura della sua esistenza».

In Amica ombra, breve riflessione contenuta nella raccolta Consigli inutili, pubblicata da Quodlibet Compagnia Extra nel 2014, Luigi Malerba scriveva così. Ed è quest’immagine che si ritrova pure in  tre racconti oggi raccolti finalmente in un tascabile, dal titolo Il cavaliere e la sua ombra, edito da EDB Lampi d’autore. Come Il cane che diventò amico dell’uomo, che nel 1973 ha segnalato l’esordio dello scrittore di Berceto nelle letteratura giovanile, Mozziconi, Storie dell’anno mille o Le galline pensierose, è Il cavaliere e la sua ombra a tutti gli effetti un libro anfibio – felice definizione dello stesso autore – proprio perché andrebbe letto dai più piccoli assieme ai genitori. Ai primi sembrerà una raccolta di semplici favolette, ai secondi qualcosa di più. Come riesce Malerba ad accontentare entrambi?

«I bambini sono fondamentalmente degli anarchici e con loro puoi comunicare attraverso il ‘nonsense’».

Lo scrittore di Berceto non lascia a bocca asciutta il lettore, sa stupire intere generazioni. Il suo ingrediente segreto resta l’assurdo, che non è «un gioco astratto ma un avvicinamento al disordine fondamentale delle cose che ipocritamente si cerca di esorcizzare con il “pensar corto” della quotidianità», unito al paradosso e al paralogismo (“se una automobile con quattro ruote cammina a cento chilometri all’ora, una automobile con otto ruote camminerà a duecento chilometri all’ora” si legge in una delle sue più celebri storiette!). E Il cavaliere e la sua ombra non fa eccezione, è una storia convincente: da un lato vuole segnare una frattura con la tradizione, dall’altro pare recuperarla. La favola è ambientata nel Medioevo, ma il protagonista Bernardo di Montpellier parla e si atteggia come un ragazzo del nostro tempo.

«Bernardo le sorrise, poi le cantò un’altra canzone che improvvisò lì per lì. Nella canzone il biondo cavaliere si scusava per la polvere e diceva che se avesse saputo che lo aspettava una bellezza così sfolgorante e così gentile avrebbe preso l’aeroplano e l’elicottero. La ragazza si divertì molto a sentir nominare quelle strane macchine che a quel tempo non erano ancora state inventate.»

L’effetto, volutamente comico, ricorda alcune sequenze, che vedono protagonisti Mago Merlino e il giovane apprendista Semola, futuro re di Inghilterra, del film d’animazione La spada nella roccia, diretto da Wolfgang Reitherman, che uscì nelle sale proprio nel 1963, anno che segna l’affermazione della Neoavanguardia e dello stesso Malerba, esponente appunto del Gruppo ’63, assieme ad altri grandi scrittori sperimentali come Arbasino, Balestrini e Sanguineti. Riprendendo le leggendarie vicende dei trovatori, Malerba racconta ne Il Cavaliere e la sua ombra di  Bernardo, un giovane dalla voce meravigliosa e altrettanto attraente nell’aspetto, che nel tentativo di raggiungere a cavallo una damigella provenzale in cerca di marito, perde la sua ombra nel bosco. Quest’ultima, infatti, non riuscendo a stare al passo del padrone resta impigliata in un cespuglio di biancospino.

«L’ombra di Bernardo non ne poteva più, aveva la lingua di fuori per la stanchezza e gli occhi pieni di polvere».

Giunto sul luogo, Bernardo di Montpellier riesce a conquistare il cuore della bisbetica dama, ma il fatto che gli manchi l’ombra spaventa la donna, che lo accusa di essere un fantasma. Cosa farà il baldo cavaliere per dissuaderla del contrario? Ambientato a Roma è invece il secondo racconto de libro, dal titolo L’ombra a forma di cavallo, che narra di Prosperone, che a seguito di un incidente, aveva smesso di fare il fantino da corsa. Triste per i tempi perduti, non avendo soldi per comprare un cavallo, gira per la città zoppo e solo. Un giorno però il destino pare ricompensarlo: mentre cammina sotto il sole si accorge che la sua ombra ha la forma di un cavallo. Spaventato, dopo aver temuto di essere vittima di un miraggio, sale in groppa al suo «nuovo destriero» e … Non voglio anticiparvi altro. Dove andrà il fantino?

L’ultima storiella, L’ombra di Fanfadrotti, è a metà strada tra la favola e la barzelletta. È infatti un lampante esempio del sottile humor che avvolge tutta la narrativa malerbiana: dai libri sperimentali d’esordio, quali Il serpente o Salto Mortale, alle raccolte di racconti Le rose imperiali, Dopo il pescecane o Testa d’argento, senza dimenticare i romanzi storici (Le maschere e Il fuoco greco) e quelli costruiti a mo’ di diario come Itaca per sempre o l’ultimo Fantasmi romani. Fanfadrotti – che ricorda vagamente nel nome un famoso politico italiano, a cui Malerba aveva dedicato pure «andreotto», un irriverente «neologissimo» – fa affari con la spazzatura, intascando soldi a iosa, ma lasciando di fatto la città nella sporcizia. Un giorno il figlio di un disoccupato –  il quale sperava di essere assunto come scopino, ma era stato scartato perché non aveva voluto iscriversi al partito dell’uomo –  si avvicina al prepotente signore e prende a calci la sua ombra, suscitando il riso tra i passanti di Via Del Corso a Roma. Che farà il disonesto Fanfadrotti? Comun denominatore di queste tre storie è l’ombra, termine derivante dal latino «umbra», proveniente a sua volta da più antiche espressioni che rimandano alla cecità e al mondo delle tenebre. Le ombre si proiettano, si spandono, si dissolvono. Questa dimensione onirica, se vogliamo anche oscura, è però del tutto assente in queste storiette. Siamo lontani da film noir come Il Gabinetto del dottor Caligari (1919-20) di Wiene o Nosferatu (1922) di Murnau, in cui il tema delle ombre è sì  dominante, ma decisamente troppo sinistro. Per Malerba l’ombra è semplicemente quella “fedele compagna” a cui noi non prestiamo attenzione, che sa anche dar conforto e forse qualche falsa speranza.

«Ti consiglio di andare a passeggiare verso il tramonto – scrive nel racconto citato in apertura l’autore – in una piazza molto grande: al tramonto anche gli uomini piccoli e depressi fanno le ombre lunghe».

Così lo scrittore, sul filo di una tradizione che parte dal Faust di Goethe sino al Peter Pan di James Matthew Barrie, si prende beffa dell’immagine romantica dell’ombra, facendo leva sulla sudditanza di quest’ultima, e così giocandoci su, le dona vita autonoma: nella prima resta impigliata in un cespuglio, nella seconda diviene un cavallo, nella terza un alter ego, più propriamente il doppio, del suo ricco proprietario. Si tratta di una proiezione? Certamente. Un’allegoria? Forse. Le altre domande le lasciamo ai giovani lettori e agli adulti appassionati di Malerba. Poco impegnativo, è un libro che sotto l’albero può starci piuttosto bene. Da regalare a chi ama le letture brevi, ma divertenti. Senza contare le splendide illustrazioni all’interno…

Titolo: Il cavaliere e la sua ombra

Autore: Luigi Malerba

Anno: ottobre 2017

Editore: EDB, Lampi d’autore.

Pagine: 73.

 

 

Cristina La Bella

 

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