“To be or not to be”, è veramente esistito William Shakespeare?

Alzi la mano chi conosce almeno un’opera di William Shakespeare: ciascuno ne avrà una sulla punta della lingua; se non per averla letta, sicuramente per sentito dire. Henry James lo definì: “la più grande e più riuscita frode che sia mai stata realizzata nei confronti di un mondo paziente”. L’identità del Bardo ha suscitato i dubbi  in Walt Whitman, Mark Twain, Charles Dickens, Henry James, Sigmund Freud, Vladimir Nabokov, Charlie Chaplin, Orson Welles, John Gielgud, Michael York, Kenneth Branagh. Si è costituita la The Shakespeare Authorship Coalition che ha redatto la Declaration of Reasonable Doubt about the Identity of William Shakespeare (Dichiarazione di ragionevole dubbi sull’identità di William Shakespeare).

 Il 23 Aprile ricorre l’anniversario della sua morte: 401 anni. Ma davvero William Shakespeare è stato autore di tutte le opere a lui attribuite? Nel monumento funebre (commissionato dal genero) realizzato tra il 1616 e il 1622, appare come un uomo accigliato, con barba e baffi all’ingiù, le mani appoggiate su un sacco di grano (così nei disegni originali). Solo nel 1720 (essendo ormai il più importante autore della letteratura inglese) fu modificato, divenendo il raffinato personaggio con pizzetto, penna d’oca e pergamena che conosciamo. Dipinti (falsi) e sculture furono realizzati da artisti che non lo conobbero realmente; tranne uno, scoperto recentemente nella dimora di campagna della famiglia Cobbe, appartenuto al terzo conte di Southampton, finanziatore di Shakespeare è ritenuto l’unico ritratto in vita. Perché non esiste corrispondenza con i letterati dell’epoca e nessuno  lo nomina  nella propria? Non restano, infatti, tracce documentate e certe  del suo ventennale soggiorno londinese, nè della sua attività di attore o di commediografo, da parte dei suoi contemporanei. Nelle sue opere si contano 29.000 termini, vi è sfoggio di elevata cultura quindi; eppure il suo nome non compare in alcun registro di Oxford, Cambridge o altra università inglese del tempo. Sua figlia non sapeva leggere né scrivere, firmando con una croce come gli analfabeti totali; lei, che paradossalmente vantava un padre ritenuto oggi il più grande letterato d’Inghilterra.

Come mai nel suo  testamento lungo e preciso, non viene citato il patrimonio letterario né alcuna quota dei due teatri di cui era azionista (Globe e  Blackfriars)? Non ci risulta inoltre che venne scritto alcun elogio funebre dai contemporanei. Da diversi documenti trovati all’università di Aberystwyth (Galles) sembra essere più vicino ad un commerciante rozzo e attaccato al denaro: comprava grano durante le carestie per rivenderlo a caro prezzo, era un usuraio ed evasore fiscale. Molto lontano quindi  dal livello raffinato delle sue opere? Sembra di sì, stando ai rumors intentò una causa contro i compaesani per somme di denaro modestissime e avanzò la proposta di chiusura dei pascoli comuni (unico sostentamento per i più poveri).

Dario Calimani, docente di Letteratura Inglese alla Ca’ Foscari, si chiede come mai un autore  di opere teatrali abbia scritto anche i Sonetti (genere elitario): il teatro era un intrattenimento basso popolare; gli autori provenivano dalla plebe, e i luoghi delle rappresentazioni sorgevano nelle periferie, spesso vicino ai bordelli e alle arene per i combattimenti degli animali. Domande, dubbi, domande! E il dibattito tra Stratfordiani ed anti-Stratfordiani continua: i primi sostenitori dell’autentica paternità delle opere, i secondi dell’opposto. Nel corso dei secoli l’identità del maestro della letteratura inglese fu attribuita tra gli altri a Francis Bacon, Christopher Marlowe, Edward de Vere conte di Oxford, Mary Sidney contessa di Pembroke, Walter Raleigh, persino la regina Elisabetta. C’è chi dice fosse italiano, precisamente John e Michelangelo Florio che usarono William come intermediario e prestanome. Oppure Gugliemo Crollalanza di Messina, basandosi su coincidenze biografiche e una commedia in siciliano Tantu trafficu pe’ nnenti che ricorda Molto rumore per nulla. Nel Gennaio 2017 la dottoressa Heather Wolfe, lo Sherlock Holmes dei manoscritti ( curatrice presso la Folger Shakespeare Library di Washington), ha trovato prove incontrovertibili (dice) sul fatto che l’uomo di Stratford –upon- Avon e il genio della letteratura inglese, siano la stessa persona. Dove? Nei documenti di una causa intentata da William per il riconoscimento dello stemma ottenuto nel 1596 dal padre John, e quindi dello status di gentiluomo. Mistero svelato? O il figlio del guantaio, attore presso una delle compagnie più importanti della sua epoca The Lord Chamberlain’s Men, fu solo un prestanome oppure non l’autore esclusivo delle opere a lui attribuite? Resta il fatto che desiderava riposare in pace come dimostra l’epitaffio sulla sua tomba che recita più o meno così: “Caro amico per amor di Gesù, rinuncia a scavare la polvere che qui è racchiusa. Benedetto colui che risparmia questa pietre, e maledetto chi muoverà le mie ossa.” A  scavare nella sua  vita non hanno rinunciato gli uomini di ieri, oggi e sicuramente domani. Ancor oggi comunque è legittimo chiedersi William Shakespeare era o non era uno dei padri della letteratura inglese e mondiale? È o non è? Già il vecchio e famoso to be or not to be del celebre Amleto principe di Danimarca.

Arianna Puri

 

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