Virginia e Leonard Woolf: storia di un amore viscerale

10 gennaio 1912: «Devo vederti per un’ora domani, giovedì. Arriverò alle 12 e 50 e ripartirò alle 5 se posso venire in Brunswick Square, all’1 e 15 se posso vederti subito. Leonard». Questo fu il telegramma che Leonard Woolf inviò a Virginia resosi conto dell’inspiegabile passione che provava nei suoi confronti. Le chiese di sposarla, ma lei in questo periodo, guardava i matrimoni con un certo grado di frigidità: non si riusciva a spiegare il motivo per cui qualcuno, invecchiando, sentiva la necessità di condividere la propria vita con un altro essere umano, spesso non in presenza di un sentimento autentico. Il suo scetticismo scaturì in una non-risposta, scaraventando Leonard in un limbo.

Egli, la sera stessa, sentì il bisogno di comunicare a Virginia il proprio punto di vista: «Mia cara Virginia, devo scriverti prima di andare a letto, quando riesco probabilmente a pensare con maggior calma. Non ho un ricordo molto chiaro di quello che ti ho detto veramente questo pomeriggio, ma sono certo che tu sai il motivo per cui sono venuto. Non voglio dire soltanto che ero innamorato, ma che questo fatto, insieme con l’incertezza, spinge a fare certe cose. Forse ho commesso un errore … Sapevo che mi avresti detto esattamente quello che provavi. Sei stata esattamente quella che mi aspettavo, e se non mi fossi innamorato già prima, lo sarei adesso. Non è, non è davvero soltanto perché sei così bella … è per la tua intelligenza e il tuo carattere; non ho mai conosciuto qualcuno come te sotto questo aspetto, mi credi?…».

Il giorno dopo sentì nuovamente il bisogno di scriverle sottolineando quanto per lui fosse importante farle percepire la comprensione verso il suo blocco emotivo e  quanto fosse ancora più sicuro, a mente lucida, di essere innamorato. Ella, nella risposta, cercò invece di fargli capire il suo desiderio di non mutare il rapporto di amicizia avuto fino ad ora. Coloro che erano accanto a Virginia, come sua sorella Vanessa, che lei si accorgesse di quanto Leonard fosse potenzialmente un valido pretendente. Con il passare dei giorni però, nonostante Leonard cercasse in ogni modo di andare incontro ai bisogni della sua amata,  si accumulava sempre più tensione sui nervi di Virginia tanto che, alla fine di gennaio, si ritrovò costretta a letto da quel “male alla testa” che aveva tormentato la sua vita fin dall’infanzia. L’amore che Leonard provava rimaneva imperturbabile di fronte alla condizione mentale di Virgina, anche di fronte a particolari lettere, come ad esempio quelle che la scrittrice le inviò subito dopo essere stata dimessa dal rifugio di Twickenham:  «Ti racconterò storie meravigliose dei matti. Tra parentesi, mi hanno eletta re. Su questo non possono esserci dubbi. Ho convocato un conclave e ho fatto un proclama alla cristianità. Ho avuto altre avventura, alcune disastrose, conseguenza di un atteggiamento troppo appassionato e indagatore. Ho evitato sia l’amore sia l’odio. Ora mi sento molto lucida e calma, e mi muovo lentamente, come uno di quei grandi animali dello zoo. Il lavoro a maglia è la salvezza della vita…».

In quel periodo, Leonard scrisse a Virginia in un tono piuttosto diverso, anche perché, quand’era dominato dalle passioni il suo stile diventava, contrariamente al solito, prolisso e ignorava la punteggiatura: «…voglio vederti per parlare con te e ora pur pensando a quello che non dovrei mi metto a scriverti nella più cupa disperazione quello che vorrei dirti e che probabilmente non riuscirei. … Dio, la felicità che ho provato a stare con te, e a parlare con te, come l’ho provata talvolta, una mente insieme con l’altra e un’anima accanto all’altra. Capisco abbastanza chiaramente quello che provo per te. Non è soltanto l’amore fisico pur essendoci anche quello naturalmente e io lo tengo nel minimo conto, non è soltanto che amore. … ma a parte l’amore ho per te un affetto che non ho mai provato per nessuno, e per niente al mondo…».

Poco dopo la riluttanza di Virginia si trasformò in amore e i due si dichiararono pubblicamente come fidanzati. Moltissime erano le persone di cui Leonard doveva fare la conoscenza e tra queste, c’era soprattutto Violet Dickinson. Un tempo Virginia aveva creduto che la buona opinione di Violet le fosse indispensabile per vivere felice e anche se ormai non era più così, tuttavia trovava sempre necessario informare Violet e ottenere la sua approvazione.

Per questo motivo le scrisse le seguenti parole: «Mia cara Violet, ho una confessione da farti. Sposerò Leonard Woolf. E’ un ebreo squattrinato. Sono più felice di quanto chiunque abbia mai ritenuto possibile, però voglio a tutti i costi che piaccia anche a te. … Sei sempre stata una creatura talmente meravigliosa, talmente deliziosa, e io ti ho sempre voluto tanto bene da quando ero una bambina che, se tu disapprovassi mio marito, non lo sopporterei. Abbiamo parlato moltissimo di te. Gli ho detto che sei alta più di un metro e novanta, e che mi vuoi bene.».

Virginia aveva un modo tutto suo di affrontare le relazioni. Comunque sia Leonard e Violet non trovarono ostacoli nel simpatizzare. Il matrimonio tra i due fu inevitabilmente intaccato dai problemi mentali di Virginia che per l’epoca rimanevano fonte di mistero per gli studi medici. Furono innumerevoli i momenti in cui Leonard stette vicino alla sua amata per tentare di darle conforto. Il 28 gennaio del 1941, però, le “voci” sentite da Virginia diventarono insostenibili. Dopo aver scritto due lettere, una destinata a Leonard e una a Vanessa (le persone per cui provava più affetto), lasciò un ulteriore biglietto a Leonard. Per riuscire in minima parte a comprendere la lucidità con la quale Virginia affrontava le sue psicosi e l’amore viscerale che provava nei confronti di suo marito, non possiamo non essere stregati da questo suo ultimo pensiero:

«Carissimo, sento con certezza che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo attraversare ancora un altro di quei terribili periodi. E questa volta non ce la farò a riprendermi. Così faccio la cosa che mi sembra migliore. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso per me tutto ciò che una persona può essere. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, finché non è sopraggiunto questo terribile male. Non riesco più a combattere. Lo so che sto rovinando la tua vita, che senza di me tu potresti lavorare. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno a esprimermi bene. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo a te tutta la felicità che ho avuto nella mia vita. Hai avuto con me un’infinita pazienza, sei stato incredibilmente buono. Voglio dirti che – lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi questo qualcuno eri tu. Tutto se ne è andato via da me, tranne la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.»

La stessa mattina Virginia arrivò fino al fiume, si infilò una grande pietra nella tasca della giacca, poi andò incontro alla morte: «l’unica esperienza – come aveva detto lei stessa – che non descriverò mai».

Virginia e Leonard Woolf, rimangono gli emblemi della potenza di un amore che è riuscito per vent’anni a protrarre la tolleranza di una grande donna verso il tormento incontrollabile dei propri pensieri.

Marco Bracaccia

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